Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 28 settembre 2016
 
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La famiglia Gassmann

Impressioni sul “Riccardo III”

di Luca Siliquini

Non sempre i rimpasti convincono. Che si tratti di politica, relazioni interpersonali od opere letterarie. Certo, a volte decontestualizzare e rinnovare può risultare efficace. Dipende da quanto è brillante il processo. Ma in molti casi l’operazione è rischiosa e controproducente. Fino a sfiorare il grottesco. Brutto a dirsi, ma purtroppo vero. Ora, “frullare” più elementi del tutto discordanti tra loro non necessariamente condurrà un’opera a nuova linfa vitale. Piuttosto, al massacro. E allora perché farlo? Le ragioni sono tante. L’estro artistico, la volontà di mettersi in gioco, un po’ di saccenza. C’è soltanto da scegliere. In ogni caso, sacrosanta verità è che l’equilibrio sta sempre nel mezzo. Adagio che andrebbe tenuto in forte considerazione. E che spesso viene ignorato. Magari in nome dell’Arte, per carità. Tante volte in buona fede, ci mancherebbe. Ma pur sempre ignorato.

Il Riccardo III di Alessandro Gassmann. Rimpastone pseudo-gotico di Shakespeare, Frankenstein e il meglio del meglio de La famiglia Addams. Non si vuole essere arroganti o eccessivamente bacchettoni. Né tantomeno lasciarsi andare a futili ironie. Ma di fronte a un adattamento del genere – la regia è dello stesso Gassmann –, è facile comprendere quanto lo spettatore possa trovarsi disorientato. Il protagonista è una sorta di automa pittato di bianco che si muove a scatti e grugnisce continuamente. Indossando una palandrana che ricorda tanto i Beatles ai tempi di Yellow Submarine – con la differenza che la divisa è nera, e non di qualche colore sgargiante –. Abbiamo poc’anzi accennato a Frankenstein. Il nostro Riccardo-Gassmann, in questa sede, somiglia in tutto e per tutto al fantomatico mostro venuto fuori dalla penna di Mary Shelley nel XIX° secolo. Con tanto di scarponi giganteschi somiglianti a ferri da stiro. La domanda essenziale è: qual è il senso ultimo di tale scelta? Serviva davvero a sottolineare la malvagità dell’antieroe shakespeariano? In franchezza, qualche perplessità sorge.

In primis, il Riccardo III – e lo si dice senza voler banalizzare, Dio non voglia – è sostanzialmente una sequela di omicidi. Basta ripassare la trama, per rendersene conto. Quindi, sul fatto che il protagonista sia un individuo di innate crudeltà e sete di potere non c’è dubbio. Non c’era bisogno di farlo grugnire per accentuare questo aspetto.  Secondo poi – e siamo sempre lì, ma è essenziale ribadire –, l’idea di far somigliare il nostro Riccardo a un’allegra controfigura di un personaggio di Carletto il principe dei mostri (il famoso cartone giapponese, sì) non funziona. È un’operazione sterile e immotivata. E questo non vale soltanto per Riccardo-Gassmann, ma un po’ per tutto il cast. Il che è un peccato, visto che la compagnia è piuttosto brava. Non c’è niente da fare, insomma. Qui il problema è e rimane l’adattamento. Forse il Teatro Argentina – lo spettacolo è andato in scena dal 25 marzo al 6 aprile 2014 – doveva scommettere su qualcosa di diverso. Peccato. Peccato davvero. Le aspettative erano molto più alte.

 

[07-04-2014]

 
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