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Festival del cinema di Roma: selezione ufficiale

Selezione ufficiale 2010: concorso e fuori concorso

Il Festival Internazionale del Film di Roma compie cinque anni e invecchia ringiovanendo: nei film in Concorso e Fuori Concorso della Selezione Ufficiale, la media d’età degli autori è quest’anno più bassa, molti gli esordi e le opere seconde o terze, produzioni indipendenti più che major. L’Acting Award, assegnato alla regina degli indie, Julianne Moore rappresenta il segnale forte di questa tendenza, cui si aggiunge il gusto spiccato per la multiculturalità e l’identità apolide (di cui il film Golakani Kirkuk è l’esempio principe) che rende possibile la singolare coesistenza, in concorso, di un film d’apertura americano, Last Night, diretto dall’iraniana Massy Tadjedin e di un’altra provocatoria pellicola, Dog Sweat, girata clandestinamente a Teheran con soldi Usa dall’iraniano fuoriuscito, Hossein Kesharvaz. E mentre la danese Susanne Bier, con In a Better World, viaggia verso i campi-rifugiati dell’Africa, noi ci spostiamo verso territori sconosciuti e affascinanti come la Bollywood della star-divinità Shah Rukh Khan, scopriamo il talento della nuova onda australiana (Animal Kingdom; Little Sparrows) e un nuovo senso dell’horror politico nel cinese Bei Mian. Sorprendente, in questo senso, la selezione italiana che, nella maggioranza dei film in concorso (Gangor, Io sono con te) NON parla italiano o lo fa solo in parte (Una vita tranquilla). Una vera e propria fuga dall’Italia o una vocazione sempre più cosmopolita e meticcia, a seconda delle letture. Quattro titoli in concorso (con La scuola è finita, scritto da Daniele Luchetti e diretto da Valerio Jalongo) e uno fuori concorso, Il padre e lo straniero di Ricky Tognazzi, per dire che il cinema italiano ha in sé molta energia, voglia di aria e idiomi nuovi, parecchia rabbia da esprimere. Come dimostra il film di Jalongo che esplicita una delle tendenze dell’anno (presente anche nelle altre sezioni, Alice nella città in particolare): l’ossessione per la sorte degli adolescenti e la loro crescita non solo individuale, ma collettiva, sottolineata anche in Io sono con te (dove la Madonna è semplicemente la madre di Gesù, l’educatrice per eccellenza), Oranges and Sunshine di Jim Loach che solleva il velo su scandali e abusi coperti dal governo inglese e , in modo più intimo, gli emozionanti Las buenas hierbas e Little Sparrows. Padri, madri (The Rabbit Hole di John Cameron Mitchell) e famiglia rappresentano le magnifiche ossessioni di un’edizione aperta, non a caso, dal film di Maria Sole Tognazzi dedicato al genitore Ugo e che culmina nel seguito ideale di La meglio gioventù, Le cose che restano, serie tv diventato film-maratona per il Festival di Roma. Una storia dell’Italia più recente vista attraverso il filtro di un nucleo famigliare che si disfa nel lutto e si ricompone riconoscendo gli ‘stranieri’ del nostro paese.

Se la commistione è un segno dei tempi, un Festival immerso nella contemporaneità non poteva infatti non prendere atto che la serialità televisiva incrocia ormai il grande cinema in una vicendevole contaminazione: per questo presentiamo Le cose che restano assieme alla versione per il cinema di Carlos di Olivier Assayas, nonchè il pilot di Boardwalk Empire firmato da Martin Scorsese come eventi fuori concorso.   

Se è vero che l’utente del Festival di Roma è rappresentato ‘solo’ per il 42% da specialisti del settore e per il resto da semplici spettatori, quest’anno il legame con il pubblico si rafforza (ai più giovani sono dedicati gli eventi Winx 3D, Dylan Dog: Dead of Night e Arietty, ultimo cartoon scritto e prodotto dal grande Miyazaki, al quale è dedicato anche l’omaggio Studio Ghibli di Occhio sul Mondo | Focus). Nasce per questo la nuova ‘striscia’ Spettacolo | Eventi Speciali, patrimonio comune di tutte le sezioni. In quella sottile linea rossa sarà possibile incontrare personaggi del cinema, della cultura (tra cui Andrea Camilleri, autore del romazo “La scomparsa di Patò” da cui è tratto il film di Rocco Mortellitti) e dell’attualità, incrociare i generi, interrogare i protagonisti di film e documentari, senza rimanere imbrigliati in regole di ingaggio troppo strette, che per Concorso e Fuori Concorso prevedono solo anteprime internazionali, e privano spesso gli spettatori di bei film.

Nel segno indelebile di Suso Cecchi d’Amico, anche quest’anno le donne saranno la presenza forte del Festival di Roma, raccontate con passione in tutte le sezioni e in particolare da Selezione Ufficiale, protagoniste di tappeto rosso e incontri con il pubblico: grandi star o personalità della politica e della letteratura, tutte, a modo loro, leader e ribelli. Sono le proletarie combattenti di We Want Sex e Gangor, le protagoniste pubbliche Benazir Bhutto (i famigliari interverranno alla prima del docu Bhutto) e Inge Feltrinelli, tante star e interpreti, da Keira Knightley a Eva Mendes, Marion Cotillard, Nicole Kidman, Emily Watson, Valeria Golino, Ksenia Rappoport, Fanny Ardant (che presenta un suo cortometraggio sui Rom girato vicino a Roma) e, naturalmente, Julianne Moore, che al Festival porta The Kids Are All Right, storia di una coppia lesbica con figli alla ricerca del padre naturale. Segnale d’amore irregolare, ma pur sempre romantico, in un Festival aperto dalla leggerezza di Last Night, tra nuovi sentimenti e antica gelosia, ma capace di spingersi fino ad esplorare l’orrore quotidiano con commedie nerissime e politiche come Bei Mian (The Back), Crime d’amour dello scomparso Alain Corneau, la scoperta irlandese Five day Shelter, L’homme qui voulait vivre sa vie di Eric Lartigau. Senza dimenticare Let Me In, dove il disagio giovanile assume la forma, cruenta e dolente, della bimba-vampira o la pellicola più scorretta di tutte, una scioccante risata noir sull’eutanasia, Kill me please.



[16-10-2010]

 
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