di Rosario Sparti
Brian McCullum, giovane promessa del teatro con una particolare passione per l’Elettra di Sofocle, ha commesso un matricidio e si è barricato in casa con degli ostaggi. Il detective Havenhurst indaga sulle ragioni di questo gesto di follia interrogando, tra gli altri, la fidanzata e l’insegnante di recitazione. Non c’è più separazione tra realtà e finzione.
Presentata al festival di Venezia 2009, l’ultima opera di Werner Herzog nasce sotto la luce d’una bizzarra e stimolante collaborazione, quella tra il tedesco e il regista cult David Lynch, che qui appare in veste di produttore esecutivo. Il film sin dalla composizione del cast vede l’abbracciarsi dei due universi cinematografici, dai lynchiani Willem Dafoe e Grace Zabriskie all’herzoghiano Brad Dourif, fino a presenze inedite e molto convincenti quali il protagonista Michael Shannon.
La trama si ispira a un delitto avvenuto in California nel 1979. L'allora 34enne Mark Yavorsky, promessa del basket e della recitazione, uccise la propria madre, ispirandosi a un personaggio dell’ Elettra di Sofocle, con un'antica sciabola e venne poi dichiarato non sano di mente. Con questo stringato racconto già è possibile leggere la volontà da parte dell’autore di sondare il labile confine tra finzione e realtà, follia e normalità che alberga nell’umanità.
Queste tematiche caratteristiche del regista, così come il nomadismo del personaggio e l’uso delle musiche, si incrociano alla rappresentazione d’un universo tipicamente lynchiano, come si nota dalla scena iniziale del dialogo in auto tra i poliziotti. Questa immersione nella mente malata d’un assassino, di cui non riusciamo a comprendere le ragioni ed il percorso che l’ha condotto alla tragica conclusione, appare affascinante e disturbante al tempo stesso. L’impressione finale è quella di un divertissment di due grandi registi che si rispettano ed omaggiano a vicenda, conturbante ma anche fine a se stesso.

[06-09-2010]
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