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Pdl, il pomeriggio dei lunghi coltelli

La Direzione nazionale sancisce la rottura totale tra Berlusconi e Fini

di Filippo Pazienza

'Rottura totale', 'strappo decisivo', visto da un punto di vista di parte addirittura 'tradimento'. Come con la proprietà commutativa, cambiando l'ordine dei fattori il prodotto non muta. Anzi, segna una giornata a suo modo storica per il Pdl e, forse, anche per l'attuale assetto politico italiano. Quello andato in scena all'Auditorium della Conciliazione, sede della Direzione nazionale del Pdl, è stato un litigio in piena regola che sancisce la fine del rapporto tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Una divergenza politica, un malcontento reciproco, forse anche un'antipatia personale nata e sviluppatasi già da qualche tempo e sfociata nella rottura totale che apre nuovi scenari importanti nel panorama del centrodestra.

Che fossimo giunti al limite della sopportazione lo si era capito chiaramente già la scorsa settimana. Un incontro, ufficialmente per valutare il risultato delle Regionali e mettere a punto il cammino dei prossimi tre anni di Governo, che si trasforma subito nelle premesse per una resa dei conti. Fini, alla presenza dell'immancabile Letta, palesa una volta per tutte la sua insoddisfazione circa il modo di agire del partito e, lo si saprà solo in seguito, arriva addirittura a rinnegare la propria partecipazione alla nascita del Pdl chiedendo un cambio di rotta deciso per l'immediato futuro. I due si prendono qualche giorno e nel frattempo si riuniscono coi propri fedelissimi. Ma è già scontato che il confronto sarebbe andato in scena alla Direzione nazionale del partito in programma per il giovedì successivo. 

Davanti alla platea, il primo a prendere la parola è Berlusconi. Quello del Premier, però, è solo un discorso di benvenuto che si sofferma sull'operato dell'Esecutivo anticipando i punti che il numero uno del partito avrebbe in seguito sviluppato nel suo intervento conclusivo. Sul palco si presentano successivamente i dei due coordinatori del partito, Sandro Bondi e Ignazio La Russa. Poi, ecco il momento clou. Microfono a Gianfranco Fini, col Presidente della Camera che vuota il sacco, senza mezzi termini. Federalismo fiscale, riforma del Titolo V, riforme costituzionali, immigrazione e giustizia. Ma, soprattutto, il rapporto con la Lega e la mancanza totale di collegialità. Queste le frecce che l'ex leader di An scaglia all'indirizzo dell'ormai ex amico, seduto qualche metro alla sua sinistra assieme a Bondi e La Russa.

"Avere delle opinioni diverse rispetto al presidente del partito la cui leadership non è messa in discussione - esordisce Fini - significa esercitare un diritto-dovere. È possibile derubricare delle valutazioni diverse come se si trattasse di mere questioni di carattere personale? O di tradimento?". Quanto al rapporto con la Lega: "Al Nord stiamo diventando la loro fotocopia, siamo appiattiti sulle loro posizioni e guarda caso il Pdl non ha assunto alcuna posizione sui festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia che infatti alla Lega non interessa". I passaggi più duri e netti sono però quelli sulle riforme. Sul restyling della Costituzione:"Mi fate vedere la bozza del Pdl? Ma non semplicemente degli slogan 'riforma della forma di governo', 'riforma del Parlamento'. Parlo di una bozza di contenuti chiara che non c'è, noi che siamo il maggior partito del paese non possiamo prendere quella degli altri, ma sono gli altri che devono partire dalla nostra". 

L'affondo sulla giustizia come valore fondamentale si trasforma nella goccia capace di far traboccare il vaso: "Legalità che vuol dire più dell'elenco puntiglioso di operazioni delle forze dell’ordine: serve riforma della giustizia ma non bisogna dare l’impressione che serva a garantire sacche maggiori di impunità. E qualche volta l’impressione c’è, quando si ipotizzava la prescrizione breve era questo il messaggio che si dava. Migliaia di processi spazzati via in poche ore. E questo lo sai Silvio, racconta la litigata feroce che facemmo a quattr'occhi. Diciamole queste cose, una volta per tutte e prima che ci prendano per matti". 

Dopo aver accompagnato il discorso di Fini con ampi cenni di disapprovazione, Berlusconi attende la fine dell'intervento del Presidente della Camera e - stravolgendo il programma - si alza e risponde immediatamente. A quel punto, gli animi si esasperano ulteriormente: "Tu nei giorni scorsi hai detto di esserti pentito di aver fondato il Pdl e, oggi, ascolto per la prima volta delle lamentele che mai né tu né nessuno dei tuoi uomini mi avete fatto presente altrimenti avrei subito convocato l'ufficio di presidenza. Sull'immigrazione, la Lega ha fatto proprie le posizioni che erano di An e che poi sono state abbandonate". Il Premier poi passa al contrattacco: "I tuoi rilievi sono cose che rappresentano percentualmente una piccola parte rispetto a tutto quello che si è fatto. Valeva la pena mettere in discussione il ruolo super partes di presidente della Camera per fare contrappunto quotidiano a noi?". 

Nel finale si sfiora la rissa con l'accusa di non avere neppure partecipato alla campagna elettorale per salvaguardare la terzietà dell'incarico istituzionale. "Non sei voluto neanche venire a piazza San Giovanni - ha sottolineato Berlusconi -, chi ha un ruolo istituzionale non può esprimere opinioni politiche, altrimenti lascia il suo ruolo e fa politica nel partito". Fini si alza, si avvicina al tavolo del comitato di presidenza e a muso duro gli risponde: "Che fai mi cacci? Io non lascio la presidenza della Camera né tantomeno il ruolo nel partito". Al di là delle soggettive valutazioni sulle questioni sollevate da Fini, l'epilogo politico è tutto dalla parte del Premier col documento conclusivo- di totale sostegno a Berlusconi - approvato con appena 13 voti contrari e un astenuto (Pisanu) su 172 aventi diritto. Una sconfitta resa ancor più indigesta per Fini dalla consapevolezza di essere pressoché solo, mollato anche dalla gran parte dei fedelissimi di un tempo. La battaglia si sposta ora dalla Direzione al Parlamento, dove il presidente della Camera minaccia ostruzionismo e il Premier ribatte facendo leva su un documento che - a suo dire- gli consente di "cacciare via chi non si allinea alla maggioranza del partito". La partita è quanto mai aperta, il prossimo futuro promette scintille.

 
 

[23-04-2010]

 
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