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INLAND EMPIRE

di David Lynch. Con Laura Dern, Jeremy Irons

di Svevo Moltrasio 

Dopo aver ottenuto la parte in un film, un’attrice scopre che il lavoro che si appresta ad iniziare è un remake di un film polacco finito in tragedia. Tra incubi e gelosie si perderà in un vortice senza uscita.

Il nuovo lavoro di David Lynch, particolarmente atteso visti i grandi consensi ottenuti dal precedente MULHOLLAND DRIVE, è stato presentato in anteprima all’ultimo festival di Venezia dove ha inevitabilmente diviso sia la critica quanto il pubblico. Da sempre autore visionario e ostico, in quest’ultima operazione il regista porta all’estremo la sua poetica allucinata, dilungandosi in quasi tre ore di immagini oniriche e angoscianti frutto di riprese in digitale. Proprio grazie alle recenti e agili tecniche di ripresa, Lynch può sbizzarrirsi in movimenti ed inquadrature in piena oscurità, creando un vero e proprio labirinto narrativo ed espressivo.

Per quelli da sempre ostili a questo tipo di cinema, INLAND EMPIRE può risultare come un vero incubo, vista l’incomprensibile successione di avvenimenti che sin dai primissimi minuti smaschera l’assurdità di un approccio logico nei riguardi della narrazione. Qui si determina la spaccatura con i fan del regista che invece sembrano sempre estasiati da qualsiasi scelta dell’autore, pronti con grande coraggio a seguirlo in qualsiasi delirio. A dire il vero Lynch, al contrario che in altri film, come detto pone subito in risalto la prospettiva allucinata della narrazione, chiedendo allo spettatore di seguirlo più con l’intuito e l’emotività piuttosto che con la ragione.

Quel che in realtà più delude è proprio la scarsa novità su cui si regge tutta l’operazione: il tema del doppio, del cinema nel cinema, i ribaltamenti delle situazioni e dei personaggi, così come tutto il mondo cupo fatto di abatjour, corridoi, canzoni anni ’50 e via dicendo, sembrano la stanca ripresa di tutto il cinema lynchiano. Tanto che alla fine, nonostante le tre ore e i continui intrecci, si ha la sensazione che non sia successo proprio niente e che si è assistito ad una sorta di raccolta sgangherata di temi e situazioni tipiche del regista. Anche l’uso del digitale, fatta eccezione per alcune belle sequenze cariche di fascino, non presenta grandi motivi d’interesse.

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[13-02-2007]

 
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