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La Consulta boccia il 'Lodo Alfano': incostituzionale

Secondo i giudici viola gli artt. 3 e 138 della Costituzione

di Filippo Pazienza

Dopo due giorni di lavori, la Corte Costituzionale presieduta dal giudice Francesco Amirante ha "bocciato" il 'Lodo Alfano' (dal nome dell'attuale Guardasigilli), con una decisione a maggioranza (9 i favorevoli, 6 i contrari). Viene così certificata l'incostituzionalità della legge che sospendeva, per tutta la durata del mandato, i procedimenti a carico delle quattro più alte cariche dello Stato: Presidente della Repubblica, Presidente del Senato, Presidente della Camera e Presidente del Consiglio. Una decisione imporante, in grado di avere conseguenze fondamentali anche a livello politico anche se i primi commenti tendono ad escludere tale ipotesi. Ci si attendeva un massiccio schieramento, soprattutto tra i banchi dell'opposizione, pronto a richiedere le dimissioni del premier e il ricorso alle urne. Così non è stato, almeno per ora.

Questo il comunicato ufficiale della sentenza distribuito alla stampa: "La Corte costituzionale, giudicando sulle questioni di legittimità costituzionale poste con le ordinanze n. 397/08 e n. 398/08 del Tribunale di Milano e n. 9/09 del GIP del Tribunale di Roma ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 della legge 23 luglio 2008, n. 124 per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione. Ha altresì dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale della stessa disposizione proposte dal GIP del Tribunale di Roma".

A cosa fanno riferimento i dua articoli chiamati in causa dalla Corte Costituzionale? Il primo, art.3, riguarda il "principio di uguaglianza" e contrasta in maniera decisa il concetto della "diversità del cittadino Silvio Berlusconi" sul quale la difesa guidata dall'avvocato Ghedini aveva battuto nei giorni scorsi. L'art.138, invece, si ricollega alla necessità di legiferare in materia non attraverso una legge ordinaria ma tramite la modifica della Costituzione (o legge costituzionale che dir si voglia) che prevede un iter più complesso (doppio passaggio a Camera e Senato a distanza di almeno tre mesi con maggioranza dei 2/3 ed eventuale ricorso a referendum popolare). Su questa seconda parte delle motivazioni, invece, di è espresso polemicamente tutto il centrodestra ricordando come appena cinque anni fa la stessa Consulta (l'attuale presidente Francesco Amirante era stato addirittura relatore) non aveva invece rilevato la necessità del ricorso alla legge costituzionale.

La Consulta ha quindi accolto il doppio ricorso presentato dalla Procura di Milano scartando invece la richiesta proveniente dal Gip di Roma. Il riferimento ai due ricorsi è fondamentale perché ci permette di entrare nel vivo della questione. Del resto, è scontato sottolineare che prima ancora di una sentenza che interessava l'aspetto giudiziario, si trattava di un pronunciamento molto atteso soprattutto sul piano politico. Alla luce della sentenza della Consulta, infatti, si riaprono immediatamente i due processi milanesi a carico di Berlusconi (per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset) mentre resta in archivio quello romano a causa del rigetto del ricorso presentato da Gip della Capitale.

Il clamore suscitato dalla notizia è stato immenso (se ne sono occupati tutti i maggiori quotidiani stranieri, dal Times a Le Monde passando per il Wall Street Journal, il New York Times e tutti gli spagnoli), come il polverone politico che, nonostante i rponostici delle vigilia, ha però evitato la richiesta di forti scossoni o drastici scenari. Lo strappo più forte, a sorpresa, è stato quello tra il Presidente del Consiglio e il Capo dello Stato: "Il presidente della Repubblica è stato eletto da una maggioranza di sinistra. Ha radici totali nella sua storia di sinistra e anche il suo ultimo atto di nomina di uno dei giudici della Corte Costituzionale dimostra da che parte stia". Berlusconi che, a caldo, aveva così commentato la sentenza: "La Consulta è di sinistra, io vado avanti. Dobbiamo governare cinque anni, con o senza Lodo. Non ci ho mai creduto perché con una Corte Costituzionale con undici giudici di sinistra era impossibile che approvassero questo. La sentenza è stata assolutamente politica". Da notare che, secondo le prime indiscrezioni, avrebbero votato contro la costituzionalità del "Lodo" tutti e cinque i giudici nominati dal Colle.

Immediata la replica del Quirinale: "Il Presidente sta dalla parte della Costituzione, con assoluta imparzialità". Anche il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha "richiamato all'ordine" il premier: "L'incontestabile diritto politico di Silvio Berlusconi di governare, conferitogli dagli elettori, e di riformare il Paese, non può far venir meno il suo preciso dovere costituzionale di rispettare la Corte costituzionale e il capo dello Stato". La maggioranza si schiera a difesa del premier insistendo soprattutto sul raffronto col prununciamento del 2004: "È una sentenza che sorprende, e non poco, per l'evocazione dell'articolo 138 della Costituzione. La Corte Costituzionale dice oggi ciò che avrebbe potuto e, inevitabilmente, dovuto dire già nel 2004 nell'unico precedente in materia", ha commentato il ministro della Giustizia Alfano. Duro anche il presidente del Pdl in Senato, Maurizio Gasparri: "La Corte, un tempo costituzionale, da oggi non è più un organo di garanzia, perché smentendo la sua giurisprudenza ha emesso una decisione politica, che non priverà il Paese della guida che gli elettori hanno scelto e costantemente rafforzato di elezione in elezione. È una giornata buia per che segna il tramonto di una istituzione che ha obbedito a logiche di appartenenza politica e non a valutazioni di costituzionalità".

Di parere opposto, ovviamente, i rappresentanti dell'opposizione i quali tuttavia minimizzano il significato "politico" della decisione. Così si è espresso Dario Franceschini, segretario del Pd: "Il supremo organismo del nostro ordinamento, la Corte Costituzionale, ha semplicemente ristabilito il principio che era stato violato, quello dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Non ci possono essere eccezioni, tutti sono uguali davanti alla legge, anche i potenti". E' intervenuto poi anche Massimo D'Alema: "In un sistema democratico i governi cadono quando non hanno la maggioranza in Parlamento. Non a causa di una sentenza. Ma le sentenze si rispettano, non possono essere contestate da dei cortei". Sulla stessa lunghezza d'onda anche Daniele Bersani, candidato alla leadership del Partito democratico: "Mi pare che la decisione metta un punto fermo e dica che senza una legge costituzionale Berlusconi e le alte cariche sono cittadini come tutti gli altri e sono tenuti a sottoporsi a giudizio. Berlusconi continui a fare il suo mestiere sapendo che deve andare a sentenza". Come preventivato, invece, è stato molto più duro degli altri l'affondo del numero uno dell'Idv, Antonio Di Pietro: "Oggi è come se l'Italia avesse vinto i Mondiali di calcio. Almeno oggi, in questa notte del 7 ottobre 2009, gli italiani potranno sognare un'Italia diversa. Adesso chiediamo formalmente al presidente del Consiglio di fare quello che da 15 anni in un Paese civile avrebbe dovuto fare: dimettersi fare l'imputato e andare a farsi giudicare".

 
 

[08-10-2009]

 
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