
Ormai in pensione da anni e vedovo, Rocky Balboa gestisce un piccolo ristorante: tra ansie da padre e vecchi ricordi, si ritroverà immancabilmente sul ring in un match più improbabile del solito.
Il sesto capitolo della celeberrima serie sul pugile italo-americano è di nuovo affidato alla regia di Stallone: l’attore aveva già diretto i capitoli peggiori, ovvero, fatta eccezione per il primo e per il quinto, farina del suo sacco erano i vari improponibili incontri con Mr. T e il bionico russo dalla celebre battuta ti spiezzo in due. E proprio quella battuta si ritrova, insieme a tante altre citazioni, anche in questo ROCKY BALBOA che sembra il testamento definitivo di uno dei grandi eroi del cinema recente.
Stallone viene da un decennio poco fortunato: la sua fama sta decisamente scemando ed i suoi lavori recenti non hanno riscosso grandi consensi al botteghino. Il suo personaggio e il suo cinema sembrano appartenere ad un’epoca lontana, e il ritornare a vestire i panni di uno dei suoi maggiori successi poteva far pensare ad un ultimo colpo di coda di un nostalgico sessantenne. Ed è in effetti così, ma non nella componente negativa: al di là della retorica americana di cui si fa portavoce Rocky con tanto d’inevitabile match finale, il film è un sincero e disilluso racconto su di un’epoca che sta svanendo portandosi via come dei derelitti i personaggi della fortunata serie (paradigmatico il saluto finale dell’eroe con tanto di sparizione).
Ecco così che il film sottolinea anche un cambio generazionale nel modo di fare ed intendere il cinema che, sebbene la regia sconti qualche banalità e schematismo, finisce davvero per commuovere. Stallone ci tiene al suo personaggio e si vede e il film, che forse scontenterà alcuni fan visto il tono piuttosto sommesso, è l’ennesima dimostrazione che certe storie solo gli americani le sanno rendere credibili.

[23-01-2007]
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