Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 13 dicembre 2017
 
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Piano 17

dei Manetti Bros. Con Giampaolo Morelli, Elisabetta Rocchetti

Tre personaggi si ritrovano bloccati in un ascensore di un grosso edificio in cui, due di questi, una ragazza scontrosa e un suo timido innamorato, lavorano come impiegati. Il guaio è che il terzo uomo è un criminale nascosto sotto le vesti del personale igienico, e che trasporta una bomba pronta ad esplodere nell'arco di un' ora e mezzo.

Presentato come un film svolto in tempo reale e in un unico ambiente, in realtà la storia di PIANO 17 si dipana incredibilmente tramite lunghi e articolati flash back.
Il nuovo tentativo di lungometraggio dopo lo sfortunato ZORA LA VAMPIRA dei Manetti bros. ha destato curiosità per le particolari vicende produttive, che hanno come protagonisti gli stessi registi e gli amici attori chiamati a lavorare gratuitamente in un film dal bassissimo budget.

Con una confezione quasi amatoriale i due fratelli registi provano a dare vita ad una storia che adotta toni da noir, thriller e commedia, che alla povertà delle potenzialità tecniche contrappone una sceneggiatura intrigata, con tanto di situazioni mostrate più volte dai diversi punti di vista dei numerosi personaggi. Cosa ne viene fuori? La dimostrazione che nel cinema non sono i soldi a fare le qualità dei film, bensì le idee e la padronanza del linguaggio.

Paradigmatico è PIANO 17 che dietro la scarsezza dei mezzi nasconde un' equivalente miseria di contenuti, in un film che sfocia continuamente nel ridicolo involontario, con dialoghi terrificanti (imperdibile la scena in ascensore con il criminale che si mette a psicoanalizzare i due malcapitati), nell'ingenuo desiderio di riportare in auge un cinema italiano d' intrattenimento, con evidenti omaggi alle atmosfere americane che rischiano di trasformarsi in sterili scopiazzature. Con colpi di scena che tali non risultano (senza svelare troppo pensiamo a quello che si scopre alla fine vedendo la registrazione del nastro, non si capisce se lo spettatore deve o no essere in simbiosi con la sorpresa che desta nel protagonista), e ancora inutili scene cui si costringe gli spettatori a ripetute visioni per un gratuito gioco di riproposta da diversi punti di vista.

Gli innesti comici, con il cammeo di Mastrandrea, e i monologhi contro i napoletani, sono niente rispetto al viso accigliato con tanto di chewing-gum perennemente ciancicato dal protagonista, o allo sguardo torvo di Enrico Silvestrin e alle battute messe in bocca alla Rocchetti. Non un cinema leggero e d' evasione, basti pensare al personaggio della figlia di Ghini di una retorica oltre ogni sopportazione o alla misera metafora che lo stesso Ghini fa del piano 17, ma un film che ha dato modo, ancora una volta, di portare alla luce la povertà di certa critica italiana che ha avuto il coraggio di appoggiare ed esaltare un' operazione vuota, e allarmante per il nostro cinema, come questa.

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Svevo Moltrasio

[14-03-2006]

 
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