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Il Treno per il Darjeeling

di Wes Anderson. Con Owen Wilson, Jason Schwartzman, Adrien Brody

di Rosario Sparti

I tre fratelli Whitman, si ritrovano in India un anno dopo aver seppellito insieme il padre e dopo che, apparentemente, hanno deciso di non comunicare più tra loro. E’ Francis, il maggiore, ad organizzare un itinerario accurato, ideato appositamente per provocare nei fratelli una rinascita spirituale che li unisca in questa antica terra o che almeno li avvicini maggiormente.

Quinta fatica del regista texano, proiettata l’anno scorso al Festival di Venezia, che sposta i suoi personaggi dalla nave de LE AVVENTURE ACQUATICHE DI STEVE ZISSOU ad un treno in giro per l’India. Tra viaggi spirituali stile Beatles, fiumi di renoiriana memoria e pellicole di Satyajit Ray, il regista immerge nella cruda realtà indiana le sue riflessioni sullo stato di salute dell’istituzione familiare. In questo caso l’incomunicabilità di tre fratelli, senza padre ed in cerca della madre, si scontra con lo sfondo aspro della povertà e delle disuguaglianze sociali che li porterà pian piano dopo l’abbandono e lo smarrimento, sintetizzato nell’immagine del treno nella direzione sbagliata, a guardarsi in maniera nuova e pronti a partire uniti per un nuovo viaggio.

Nel contrasto tra cura maniacale del dettaglio e caos della vita reale questa pellicola cerca di trovare con difficoltà una direzione nuova, differente rispetto allo stile del regista, ossia quel Wes Anderson dei film strani, colorati, dei casting assurdi ma perfetti, delle scenografie accuratissime, dialoghi tra Beckett e Allen, delle colonne sonore retrò, dei film sempre imperfetti ma che hanno qualcosa di unico ed indimenticabile. Questa volta non si tratta d’imperfezione ma è come se nel processo di maturazione verso nuove direzioni sia palese il carattere transitorio del film, così stavolta più che altro si tratta d’incompiutezza degli obiettivi.

A conferma di ciò il cortometraggio HOTEL CHEVALIER, che costituisce il prologo della pellicola, con la sua ambientazione parigina e l’atmosfera più consona al regista, è assolutamente perfetto e pregno di quella malinconia che solo Anderson sa ritrarre. Quella tristezza che solo a sprazzi tra il sole dell’India riesce ad affiorare come nella struggente scena del funerale indiano al suono dei Kinks o nel finale che chiude il cerchio a contrappuntare la perdita, ad inizio pellicola, del treno da parte d’un immancabile Bill Murray.

**1/2

[06-05-2008]

 
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