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Regioni federali? No, feudali

Gli scandali del Lazio, della Lombardia e della Sicilia dimostrano come siano terra di interessi e poteri locali

Di Enrico Ferrara

Il rischio è che diventi un buco nero. Un gigantesco vortice in espansione, alimentato dalla voracità crapulona di una classe politica senza limite né vergogna, all'interno del quale si avviteranno vizi e pubbliche indecenze. Tutte ancora da scoperchiare. Una tempesta che ben presto si allargherà all'intero sistema di amministrazione locale.

Dei fatti della Regione Lazio, c'è una lettura politica immediata:
all'ombra della Presidente Polverini e dietro alle spalle degli ignari cittadini, si sta consumando una faida interna al Pdl laziale.

Un regolamento di conti reciproco tra la corrente degli ex An e quella degli ex Forza Italia.
A dirlo sono i tempi, le coincidenze sospette e lo strano mescolarsi, sul proscenio della farsa, delle maschere degli accusati e dei delatori. Vittime e carnefici, prima irriconoscibili, vengono ora sacrificati sull'altare dell'interesse particolare, offrendo ai cittadini uno spettacolo avvilente. Indecente.

E le crepature, che si insinuano profonde nel Pdl Lazio, rischiano di ripercuotersi irreversibilmente a livello nazionale, rompendo del tutto un Pdl in sfacelo. Quest'ultimo, non più sorretto dal collante sicuro della leadership e della certezza della vittoria di Berlusconi, non riuscirà a sopravvivere oltre.

I fatti, che stanno ponendo sotto assedio le due più importanti regioni – Lazio e Lombardia – impongono una riflessione più ampia sul sistema di governo territoriale.

Gli scandali delle giunte Polverini e Formigoni e il caso Lombardo seppelliscono oggi ogni speranza e fiduciosa attesa dell'attuazione del federalismo regionale.
Segnano la fine del mito del sistema di governo territoriale, locale e diffuso, che proprio perchè più vicino agli elettori e ai cittadini (il bacino di utenza, in termini tecnici), sarebbe stato più controllabile e più responsabile.

Il processo caotico di riforma del sistema amministrativo italiano – avviato nel '97 con la Legge Bassanini, che voleva il federalismo regionale e il decentramento di funzioni, e culminato nel 2001 con la riforma del Titolo V – ha reso le Regioni “venti piccoli statarelli” autonomi e intoccabili.
Si è tradito il disegno costituzionale che voleva che fossero enti di raccordo e di sola programmazione, rendendole invece feudo di poteri e interessi localistici.
Il decentramento, per le Regioni, oltre al carico funzionale e legislativo, ha comportato aumento di potere, prestigio e finanziamenti; per gli enti locali, sopratutto i comuni, solo un peso eccessivo e talvolta insostenibile di incombenze.

L'idea federalista, diffusasi negli anni, ha alimentato la speranza degli italiani che un potere vicino e diffuso sul territorio avrebbe comportato maggiore controllo e aumentata efficienza. Ciò non è stato.
E senza accorgercene, la Politica ha esteso i suoi tentacoli ovunque, moltiplicando, estendendo, decuplicando: enti, istituzioni politiche, cariche, poltrone, indennità.

Un disegno incoerente si è mescolato, intrecciandosi, al declino della qualità e della preparazione della classe politica, selezionata ormai, all'interno di partiti padronali, solo in base alla fedeltà e all'obbedienza al Capo.

Senza i partiti, diaframma tra il popolo e le Istituzioni, non ci può essere democrazia, ma questi, oggi, non hanno nulla a che vedere con la rappresentanza democratica.
Per ripristinarla si deve agire nella vita interna dei partiti: solo l'apertura a trasparenza, controlli e rinnovamento potrà recuperare la democrazia perduta.
Altrimenti, il tavolo dei Trimalcioni sarà sempre apparecchiato.

 
 

[22-09-2012]

 
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