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La Seconda Repubblica finita, ma dei Partiti ne possiamo fare a meno?

Soldi, affari e illeciti, ma di rappresentanza i cittadini hanno bisogno

di Enrico Ferrara

Sono in guerra, ormai. Contro i magistrati e contro i cittadini, finora ignari di tutto. Stanno lottando, ma perderanno sotto i colpi degli avvisi di garanzia. Come un tempo, che non volevamo più tornasse. Come vent’anni fa, quando “Mani Pulite” stava per esplodere e veniva accolta da tutti i cittadini, che fossero di destra o di sinistra, come l’avvento di una nuova stagione morale e politica. L’indagine di tutte le indagini, che avrebbe reso l’Italia un Paese migliore. Più trasparente e meno corrotto.
Che avrebbe svelato agli occhi dei cittadini, quella volta per sempre, le nefandezze e l’abisso di una politica sporca e oscura. 

Ogni volta che si è parte o prossimi ad un cambiamento storico, ad una svolta epocale, si pensa, e lo pensavano tutti allora, che la brutta pagina, ormai alle spalle, non si sarebbe più ripresentata.

L’acquistata consapevolezza di un evento, percepito e riconosciuto come riprovevole e indegno, avrebbe immunizzato i corpi e le coscienze, affinché niente di tutto quello si potesse mai più ripetere.E invece no.

La storia è ciclica. Si ripete uguale a se stessa. E, a volte, peggio di prima.I partiti e la classe politica rubavano allora. Rubano anche oggi, ma di più. La Seconda Repubblica sta morendo sotto il marcio da cui è nata. Un capovolgimento anche visivo. Ha affondato le radici nella corruzione, nell’illecito e nel vuoto politico. Non poteva che di ruberie alimentarsi. D’altronde i figli di quella prima e tanto odiata repubblica sono gli stessi esponenti che reggono le fila, cresciuti, dei partiti di oggi.Sono mesi difficili per questo Paese, senza più fama né rispettabilità.
Non lo rispettano gli europei, che guardano a Noi come una zavorra da eliminare e con saccente superbia verso un popolo ignobile perché soggiogato da reggenti ignobili; non lo rispettano gli italiani, perché hanno il volta stomaco nei confronti di chiunque si definisca politico, per virtù o professione. La nausea e la disaffezione, che fanno divampare l’antipolitica, sono la conseguenza di uno stato d’eccezione. Uno Stato Illegale.I cittadini non credono più nella politica né nei politici.

E’ un fatto. Non credono più nei partiti, che hanno avuto la capacità in questi venti lunghi anni di costruire intorno a sé un vuoto colpevole di idee e di programmi, che ha acuito ancora di più le mancanze personali e la vergogna delle responsabilità penali degli uomini.La democrazia è stata violentata e svilita da partiti come cartelli affaristici, interessati, con la valanga di rimborsi, a incrementare la loro forza e potenza economica; ad investire; a fare profitto. Tutto fuorché rappresentare.
Sono colpevoli i dirigenti e gli apparati, fautori prima e schiavi dopo, del becero sistema di selezione della classe dirigente, che premia, lasciando all’oscuro e lontani dal merito i cittadini, le amicizie e gli interessi.

Se negli anni 70 Aldo Moro, di fronte al pericolo eversivo e sociale sventato, ricordava come la nostra fosse una democrazia giovane, che doveva ancora farsi, oggi possiamo affermare che una vera democrazia non si è ancora compiuta.La rappresentanza politica degli interessi collettivi non è mai stata tale. E allora, sorge spontaneo chiedersi: dei partiti e delle istanze di cui si dovrebbero fare latori – diaframma tra gli elettori e la possibilità di incidere attivamente sui loro destini – possiamo farne a meno?

Possiamo permetterci, nel momento più tragico della nostra storia sociale ed economica, e rischiare che prevalga l’antipolitica e che travolga il senso e la sostanza delle istituzioni e di coloro di cui esse si sostanziano, ovvero i partiti?

Il dissenso, per essere efficace e perché possa contribuire al miglioramento, se espresso in forme legali, alimenta la democrazia e la sorregge. Essa, però, si sostanzia e prende vita attiva attraverso quei partiti delegittimati e ridotti a cartelli affaristici.Sembra un circolo vizioso, senza possibilità di uscita. Una spirale perversa, che potrebbe essere l’humus ospitale di populismo e demagogia, che, se cavalcassero l’onda di malcontento, potrebbe degenerare in altro.E’ già successo. E potrebbe succedere ancora. Le dittature si sono sempre proposte come forza di rinnovamento e di pulizia. Hanno saputo cavalcare e alimentarsi dal malcontento.

Fino all’estrema conclusione della democrazia negata.E questo ciclo di storia, cos’è stato? Se non il ripercorrere delle stesse condizioni iniziali di una dittatura? Malcontento, frustrazione, sdegno, non riconoscimento nello status quo, necessità di una catarsi salvifica di radicale cambiamento.I partiti di oggi e i loro esponenti hanno creato le condizioni specifiche per la loro demolizione. Per il loro piccona mento, questa volta popolare.

Sarà difficile, se rimanessero uguali a se stessi e feudo degli stessi, che la gente si riavvicini a loro, abbandonando sospetto e diffidenza.

La partecipazione democratica è una necessità e un’esigenza insopprimibile dell’uomo civile, ma stanno, volente o nolente, diffondendosi nuove forme di partecipazione, che prescindono dai partiti. Un ripensamento fattuale della democrazia partecipata come l’abbiamo conosciuta.Di rappresentanti non possiamo farne a meno, ma di questi e a queste condizioni di gioco, ne dobbiamo.

 
 

[13-04-2012]

 
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