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Incontro Corto: Intervista a Adriano Valerio

Adriano Valerio ci racconta la sua esperienza nel mondo dei corti.

Se vuoi raccontarci la tua esperienza e proporci i tuoi cortometraggi, scrivici a cinema@corriereromano.it 

di Svevo Moltrasio



Nato nel ’77 Adriano Valerio da qualche anno vive e lavora a Parigi dove insegna in una scuola di cinema. E’ autore di diversi cortometraggi apprezzati e premiati per vari festival europei. Sin dai primi lavori, come Claire – 2004 -, dimostra una matura padronanza del mezzo cinematografico, con un stile elegante e pacato, lontano da effetti alla moda. Valerio segue pazientemente i suoi personaggi, raccontando brevi momenti quotidiani, con una messa in scena attenta a sottolineare piccole sfumature dei volti così come degli ambienti. Solitudini che s’incontrano in momenti di smarrimento, sono spesso al centro delle sue storie che finiscono lasciando i personaggi nella stessa incertezza con cui erano stati presentati. È forse in Da lontano – 2007 –, passato in concorso anche al Festival di Torino, che lo stile e le tematiche dell’autore trovano la migliore espressione, con un breve viaggio ben incorniciato nell’ambiente naturale che fa da scenario alla storia. Orbite – 2009 – è un interessante episodio più colorato, con una messa in scena meno controllata del solito tanto da rendere l’impressione dell’improvvisazione. Al contrario dell’ultimo lavoro Curling – 2010 – dove l’austerità della scena si sposa con l’inquietudine interiore della protagonista, per quella che forse è l’opera più criptica del regista. I lavori di Adriano Valerio sono visibili sul suo sito (clicca qui).

Domanda d’obbligo: te che ne hai girati diversi e inoltre collabori per alcuni festival, ritieni che il cortometraggio sia un’opera a se, compiuta e con qualità proprie, o invece un allenamento, una possibilità per sperimentare e affinare le proprie qualità in attesa dell’eventuale approdo al lungometraggio?

Credo assolutamente nel cortometraggio come forma artistica compiuta. E preziosa. Anzi, credo addirittura che si debba smettere di porci questa domanda. Penso ai corti di Roman Polanski, Jan Švankmajer, Chris Marker. Cosa sono se non opere d’arte compiute, compiutissime? Questa forma è d’altronde molto valorizzata in altri paesi.

Ottimo regista di cortometraggi è equivalente, per te, di ottimo regista di lungometraggi?

Non ne sono sicuro. Gestire il tempo e il respiro di un lungo è una qualità che non è implicita in un bravo regista di corti. Cosi’ come la capacità di gestire un set per diverse settimane.

Da spettatore ti è mai capitato di vedere corti che ti abbiano davvero colpito? Tra i registi del cinema già affermati, c’è qualcuno di cui consiglieresti qualche corto?

Mi capita spesso di vedere corti di altissima qualità. In generale amo molto i lavori della scuola nord-europea. Il mio regista di corti preferito si chiama Jens Jonnson, uno svedese che ne ha girati almeno una decina prima dell’esordio nel lungo, con “King of ping pong”. Tra i corti di registi affermati mi piacciono molto “La partita lenta” di Sorrentino, “Lifeline” di Erice e tutti i primi lavori di Kieslowski.

Quando scrivi e giri un corto, a che tipo di pubblico pensi – se ci pensi – e che cosa vorresti ottenere, che aspettative ti poni dal lavoro compiuto? E qual è, delle fasi della lavorazione, quella che preferisci?

Non riesco a parlare delle mie ambizioni artistiche se non con molto pudore. In fondo c’è qualcosa di incredibilmente intimo nel fatto di scegliere una porzione di realtà, filmarla in un certo modo, proporla ad un pubblico. E’ una responsabilità che sento in maniera nitida, e che mi fa anche amare moltissimo questo lavoro. Mi piace veramente ogni fase di creazione del film. Amo molto il set a meno che ci sia eccessivo stress dovuto ai mezzi troppo ridotti e a nessuna possibilità di recuperi in caso di imprevisti tecnici, meteorologici o di altra sorta.

Hai sempre anche scritto i lavori che hai girato, hai già scritto anche delle sceneggiature per lungometraggi? Quanto i tuoi corti assomigliano alla tua idea di cinema, quindi quanto avrebbero in comune con i film – lungometraggi – che hai in mente?

Ho scritto da solo i miei cortometraggi e sono tutte storie originali, tranne l’ultimo mio lavoro - “Curling” - che è un adattamento di un racconto di Ilaria Bernardini. In qualche modo raccontano tutti di un momento preciso, di un ritaglio di vita generalmente contenuto in uno spazio temporale molto breve. Spesso mi è stato detto che sembrano parte di una storia più lunga, che meriterebbe di essere raccontata in un lungometraggio. Mi dicono anche che ho uno stile abbastanza riconoscibile e che probabilmente sarebbe percepibile anche in un lungometraggio, ma per me è difficile avere questa distanza critica. In generale mi piace studiare variazioni in relazione al soggetto della narrazione e nutro una grande stima per i registi che sanno adattare il proprio stile in funzione della diversa materia narrativa e delle diverse situazioni produttive.

Nei tuoi lavori giochi spesso sull’incontro tra due solitudini, il più delle volte di diverse generazioni, e non raramente metti a fuoco soprattutto il punto di vista del mondo adulto femminile, questa “urgenza autoriale” da cosa nasce e quanto deriva dall’influenza di un certo cinema – pensiamo a molto cinema francese o a Bergman –?

Ho avuto un momento in cui ho sicuramente avuto un’influenza da parte di Bergman e dei francesi (soprattutto Sautet e Pialat), probabilmente appena mi sono trasferito a Parigi. Ma credo che col tempo sia le tematiche che tratto sia il mio stile si siano in qualche maniera slegate da questi riferimenti. Per quanto riguarda i temi mi è difficile essere analitico su quello che ho scritto in questi anni. Io semplicemente ho voglia in momenti specifici di raccontare certe storie. Gli elementi di continuità li scopro a posteriori.

Nel tuo percorso d’autore di corti, quali sono stati i momenti, o anche le persone, più importanti, che possono aver sancito degli scarti in avanti nella tua carriera?

Nenad Dizdarevic, di cui sono stato assistente qui a Parigi per il suo corso di regia. Ha fondato la scuola di Sarajevo insieme a Kusturica ed è un conoscitore del cinema assolutamente unico e mi ha insegnato davvero molto. E poi senza dubbio l’incontro umano e professionale con Sonia Gessner - interprete di "Da lontano" e "Curling" -. Un momento importante è stato il premio città di Bra, grazie al quale ho potuto girare “Da lontano”, il mio primo lavoro con un budget abbastanza significativo e che mi ha dato una discreta visibilità col Torino film festival ed ha avuto una ottima circuitazione anche all’estero.

Ti ci vedi a girare corti per tutta la vita o ti sei posto eventualmente un termine, un limite oltre al quale trovare nuove strade?

La cosa che so per certo è che continuero’ a girare. Se saranno lungometraggi tanto meglio, nel senso che ho voglia di raccontare storie con un respiro più ampio. Ma escludo di smettere di girare. Se non trovero’ finanziamenti per un lungo, continuero’ a raccontare storie brevi. Provo una sana diffidenza nei confronti di chi aspetta per dieci anni i finanziamenti per un lungo senza girare nulla. Nel frattempo ho girato il mio primo spot sociale (con l’Ass. Intervita e la nazionale italiana di rugby, per i diritti dell’infanzia) e un clip per gli Amor Fou, un gruppo che stimo molto e con il quale sento una forte affinità (anche peché sono notevoli cinefili). Continuo a insegnare film Analysis all’International film school of Paris e a dare seminari. Sto lavorando ad un corto d’animazione su Chet Baker ed i suoi mesi di prigionia nel carcere di Lucca, cosceneggiato da Ezio Abbate e con illustrazioni di Michela Buttignol. Ho firmato un’opzione per un lungometraggio con una casa di produzione francese, anche se il finanziamento non mi pare cosi’ agevole.

Sono anni che vivi e lavori a Parigi, hai girato sia con produzioni italiane che francesi, che differenze hai riscontrato da questo punto di vista? E anche in generale, ci sono differenze tra gli appassionati, il pubblico - dei corti e del cinema in generale – delle due nazioni?

Come dicevo prima qui c’è molto più attenzione per il cinema in generale, ed anche per il cortometraggio. C’è un sistema virtuoso con finanziamenti di rilievo sia a livello centrale sia a livello periferico. E le televisioni preacquistano anche i corti. Di conseguenza ci sono case di produzioni serie che sviluppano progetti di cortometraggio. E ci sono anche borse e concorsi. Le commissioni fanno il loro dovere (per il mio ultimo corto “Curling” sono stato torchiato per un’ora da una commissione di personalità del settore. Conoscevano tutti la mia sceneggiatura a memoria). Insomma forse non esiste una meritocrazia perfetta neppure qui, e sicuramente c’è molta competizione, ma almeno si ha la sensazione che qualcosa si possa fare. Il divario con l’Italia è molto più drammatico di quanto si possa pensare. E da quanto leggo non mi sembra che ci siano i fondi né la voglia di imitare modelli esteri per cambiare lo stato delle cose. 
 
A un giovane che vuole fare il regista, gli consiglieresti di scrivere, girare cortometraggi, o invece di darsi da fare in altri modi – tipo lavorare sui set –?

Al giorno d’oggi senza dubbio di girare girare girare. Si impara solo cosi’ e non ci sono più scuse per non farlo. Con una 5d, un microfono ed un Final Cut craccato si possono produrre dei film di livello tecnico ineccepibile. 

Clicca qui per vedere i lavori di Adriano Valerio.

Se vuoi raccontarci la tua esperienza e proporci i tuoi cortometraggi, scrivici a cinema@corriereromano.it 

 
 

[24-04-2011]

 
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