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I classici del cinema
 
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Hong Kong Express

di Wong Kar-wai. Con Tony Leung Chiu-Wai, Takeshi Kaneshiro

di Rosario Sparti

Il film diviso in due episodi, l'uno distinto dall'altro, ma che ruotano entrambi nello stesso quartiere di Hong Kong e che hanno come filo conduttore la storia di due coppie che s'incontrano.

Quando CHUNGKING EXPRESS, titolo originale del film, arrivò nelle sale, a Hong Kong si stava per vivere un momento importante nella storia del paese: il primo Maggio del 1997, la Cina sarebbe tornata a esercitare il suo controllo sull’occidentalizzata Hong Kong, dopo che per lunghi anni il paese aveva vissuto come colonia britannica. Da ciò deriva la precarietà dei sentimenti che il regista Wong Kar-Wai racconta all’interno della sua storia, un senso della scadenza che rimarrà elemento centrale nella sua poetica fino alle pellicole più recenti. Un senso d’angoscia, d’instabilità affligge perennemente i personaggi, che non possono far altro che fuggire in una cieca corsa verso il nulla, come il poliziotto 223 che ossessivamente ricerca scatolette d’ananas da consumare entro la giornata ("...il tonno in scatola, i detersivi, tutto scade, chissà se anche i ricordi hanno una scadenza"). La pellicola, del regista di IN THE MOOD FOR LOVE, però è soprattutto la storia di solitudini umane che si sfiorano senza “incontrarsi” mai, un senso di solitudine ed isolamento così simile a quello provato dagli abitanti di Hong Kong costretti ad essere lontani dalla madrepatria Cina.

Il film, che avrebbe dovuto prevedere l’intrecciarsi di tre storie (una di queste sarà il perno narrativo del successivo ANGELI PERDUTI), è costruito in due atti slegati tra loro; l’unico elemento che li unisce è un fuggevole contatto tra il poliziotto 223 e la cameriera Faye, che evidenzia l’evanescenza degli attimi della nostra vita, sempre pronti a dissolversi sul nascere. Il primo episodio racconta dell’incontro tra il poliziotto 223, abbandonato da poco dalla sua ragazza, con una trafficante di droga dalla parrucca bionda.  Al centro di questo episodio vi è una rassegnazione dei personaggi nei confronti del proprio destino, non c’è alcuna possibilità di salvezza se non quella di beffare se stessi, come fa 223 correndo fino a non avere più liquidi in corpo, così da riuscire a non poter piangere. Kar-Wai gioca con il ritmo, strizza l’occhio ai film d’azione orientali con il personaggio della trafficante, che eliminando i contatti con gli altri s’interessa unicamente alla propria sopravvivenza nella giungla di Hong Kong. Con la sua oscurità, l’aderenza a una realtà “bassa” come quelle delle zone popolari della città e il confronto con il cinema di genere, l’episodio è imparentato visceralmente al film seguente del regista.

Il secondo episodio è la summa del cinema del regista e della sua poetica,  concentrando in circa cinquanta minuti del film  joy de vivre, malinconia, senso di solitudine, angoscia esistenziale, senso d’incertezza, voglia di fuga e consapevolezza antiutopistica della realtà. Il personaggio di Tony Leung cerca riparo dal mondo rinchiudendosi nella propria casa, dove trova conforto parlando e tenendo cura agli oggetti che vi abitano. L’incomunicabilità, la difficoltà a relazionarsi con gli altri, porta ogni personaggio a stringere rapporti privilegiati con esseri inanimati quali le scatole d’ananas, le saponette, i soprammobili o nel caso di Faye con la musica. Spesso questi rappresentano una risorsa per i personaggi, d’altro canto li conducono verso l’autodistruzione - l’ananas scaduto farà sentire male 223, il cibo acquistato da 663 causerà l’abbandono dalla sua ragazza - oppure non li portano da nessuna parte come nel caso di Faye che viaggia in un falso movimento.

“Mi trovavo in piena fase di produzione di ASHES OF TIME e ho pensato che sarebbe stato possibile girare, nei momenti di pausa, un altro film, in tempi molto veloci, meno di tre mesi”, così il regista racconta la genesi dell’opera. Questa volontà di girare in tempi brevi una piccola storia, cercando di raccontarla sperimentando con le immagini, non può che rimandare alla tradizione delle nuove onde cinematografiche degli anni ’60. Ciò che portò un regista come Tarantino a scegliere questo titolo, per inaugurare la sua attività nella distribuzione cinematografica, fu proprio la freschezza della narrazione e lo stile sperimentale delle immagini, che influenzeranno nel bene e nel male il cinema occidentale degli anni ’90. Il direttore della fotografia Christopher Doyle iniziò a lavorare sull’alternanza frenetica di accelerazioni e ralenti, così da far divenire la tecnica metafora visiva, sposandosi a sensazioni che Antonioni aveva già raccontato tramite una opposta esasperazione della lentezza. In un eterno ritorno del presente che non è mai lieto messaggero d’eventi, le azioni per il regista  finiscono per riproporsi sempre identiche e vane, tese a una velleitaria fuga verso direzioni sconosciute.

 



votanti: 4
Secondo te quanti euro merita??
 

[21-03-2011]

 
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