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Il vuoto della caduta

Ora che Silvio Berlusconi Ŕ stato condannato, ci dobbiamo aspettare di tutto

Di Enrico Ferrara

L’attesa nevrotica prima del giudizio, incollati alla televisione come ai mondiali. Un sottile brivido di ansia, il senso d’inquietudine che provoca la fine del corso della storia. Di una storia. La speranza di un verdetto, atteso come una liberazione, avviluppati in un’illusione di salvezza, anche in chi era cosciente che non sarebbe dovuta finire così. E poi l’attimo, che dura solo un instante, in cui il desiderio si realizza e si consuma. Bruciato, andato via per sempre, come tutti questi anni. Dopo, il senso immancabile di un vuoto, che come il calore si espande fino a saturare ogni superficie e che si sa già difficilmente colmabile, solo sostituibile.

La percezione reale della vertigine della caduta rovinosa offre l’occasione di riflettere sulla miseria del nostro passato, sulla meschinità degli ultimi venti anni, trascorsi in un deliquio di assuefazione sottile ma costante, in cui siamo stati costretti a subire, a rassegnarci, ad abituarci ad ogni bassezza. Venti anni in cui abbia perduto la possibilità di chiamarci Nazione, frantumanti in mille regionalismi e campanilismi clientelari, l’uno contro l’altro armato; vent’anni in cui non siamo cresciuti, ma abbiamo atteso sulla sponda del benessere che il progresso e la ricchezza fluissero tutti altrove, impigriti dalla presunzione saccente di avere basi solide, indiscutibili perché tali; vent’anni in cui non abbiamo saputo né voluto ricostruire una civicness che ci immunizzasse e ci proteggesse dagli errori del passato. Vent’anni di promesse scritte nella sabbia e nel vento, di imbonimenti, di compromessi immorali, di interessi particolari e sotterranei anteposti a quelli generali, di inaridimento culturale e civile. Vent’anni dopo l’Italia è un paese senza padri, senza miti, senza modelli, in cui la lotta per la sopravvivenza è l’unica legge da rispettare, l’unico insegnamento da tramandare. In cui la politica è una diventata una cosa sporca di cui diffidare e il malaffare è germinato ovunque.

Si sono rotti gli argini di un ventennio, oltre i quali, da domani, tutto potrà fluire, tutto potrà divenire. Lo aveva già scritto, racchiudendolo in una metafora universale, Ignazio Silone nel 1933, quando aveva dato alle stampe Fontamara. Aveva tratteggiato un Meridione, ostaggio del fascismo e della sua storia, dove ribellarsi non era concesso dal destino, che lo aveva condannato alla rassegnazione e alla ineluttabilità di un futuro già scritto. Oggi anche l’Italia è Fontamara: sventurata, impaurita, rassegnata.
Avremo il coraggio di voltare pagina, di smettere di aggrapparci al passato per esorcizzare la paura del futuro, di esigere di andare avanti?

Twitter:@enricoferrara1

 
 

[03-08-2013]

 
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