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Il Tfr in busta paga: cosa cambia dal 2015

Percepirlo mensilmente o lasciarlo accantonato?

Nella Legge di Stabilità per il 2015, il Governo Renzi ha inserito la possibilità per i lavoratori di farsi liquidare sullo stipendio una parte del Tfr (trattamento di fine rapporto), cioè le quote di salario accantonate ogni anno per la liquidazione. Il Tfr rappresenta quella che comunemente viene definita buonuscita, ovvero la somma di denaro corrisposta al lavoratore dipendente nel momento in cui il rapporto di lavoro finisce, per un qualsivoglia motivo. L’obiettivo del Governo è quello di prendere questo accantonamento e consegnarlo ai lavoratori immediatamente, mettendo più soldi nella loro busta paga, con lo scopo di aumentare i redditi - e di conseguenza incrementare i consumi - e con il fine più grande di cercare di far decollare la crescita del nostro paese.

Come ogni proposta governativa, ci sono i favorevoli ed i contrari e, tra quest’ultimi, le categorie dei datori di lavoro. Stiamo, infatti, assistendo alla netta opposizione di Confindustria, che con il suo presidente Squinzi sostiene che l’operazione costituisce un onere aggiuntivo per le imprese e per l’Inps - che attualmente riceve una parte degli accantonamenti - costringendole non a un costo economico, ma certamente a un immediato esborso di liquidità, privandole di una parte di autofinanziamento in una situazione di crisi economica rilevante.

D’altra parte ci sono anche dei lavoratori non proprio d’accordo, poiché si tratta di una manovra coercitiva che costringerebbe all’anticipo del Tfr, anche per coloro che preferiscono averlo come una forma di risparmio. In effetti la questione è stata risolta, poiché sarà permesso a ciascun lavoratore di scegliere, in relazione alle sue specifiche esigenze, se lasciare il Tfr dov’è o se percepirlo mensilmente. Cerchiamo di vedere quali sono i vantaggi e gli svantaggi del Tfr nella busta paga.

E’ evidente che, se da un lato l’operazione farà subito affluire soldi nelle tasche degli italiani recando indubbiamente sollievo in molte situazioni e probabilmente favorendo un incremento dei consumi, dall’altro c’è da considerare che parte di tali risorse verranno meno per le imprese, per il fondo di tesoreria dello Stato e per i fondi pensione, ossia, per gli stessi lavoratori.

Se da un lato tale misura determinerà per molti italiani un aumento dello stipendio tra i 40 e gli 80 euro, essa potrebbe comportare problemi alle imprese di piccole dimensioni e diverse disparità di trattamento tra i lavoratori.

Più precisamente, l’anticipazione delle quote relative alla liquidazione sottopone le piccole imprese al pericolo di scarsa liquidità, spingendole a rivolgersi agli istituti di credito poco inclini a dare soldi in prestito. Renzi aveva anche proposto, in luogo del Tfr mensile, il “doppio stipendio” in busta paga a febbraio. Resta il fatto che, senza dubbio, queste soluzioni, comunque comporterebbero un onere aggiuntivo per le imprese che già soffrono e quindi, la concessione del Tfr, potrebbe essere fatale per l’impresa stessa.

                           Massimiliano Casto – Tributarista e Consulente del Lavoro

 

 
 

[06-11-2014]

 
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