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Foxcatcher

di Bennett Miller. Con Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo, Vanessa Redgrave, Sienna Miller

di Francesco Picerno

John Dupont è un eccentrico miliardario americano con la passione per la lotta libera. Il suo sogno è quello di costruire un team di lottatori che gli permetta  di vincere le olimpiadi di Seul e rendere importante la disciplina  nel suo paese.  Per raggiungere questo scopo diventerà coach e finanziatore dell'atleta Mark Schultz: ma il loro sarà un legame intenso e eccessivamente complesso. 

Bennet Miller, regista statunitense più volte candidato  all'Oscar, con FOXCATCHER  è al suo terzo lungometraggio, realizzato a distanza di tre anni dal riuscitissimo dramma sportivo L'ARTE DI VINCERE. La pellicola - premiata all'ultimo festival di Cannes per la migliore regia -  narra una storia vera, tratta dalla biografia scritta da Schulz. I fatti sono ambientati negli anni 80 e raccontano la vicenda tormentata e inquietante di un instabile filantropo con manie di grandezza. Pentatleta, esploratore e tanto altro,  John Du Pont, il protagonista  interpretato in maniera straordinaria da un sorprendente Steve Carrell,  soffre di seri disturbi psicologici:  vive un rapporto di dipendenza ossessiva con la figura materna ed è ossessionato dai feticci della sua vita - come gli oggetti di guerra o i trofei che ha vinto. Dall'altra parte c'è Mark Schultz, che vive invece nello squallore di una vita isolata, in un appartamento anonimo e lugubre. E ha un serio problema: vive all'ombra psicologica del fratello David (uno straordinario Mark Ruffalo).

Il rapporto tra il coach/filantropo John e l'atleta Mark quindi è il fulcro di una storia ossessiva che psicanalizza i protagonisti, creando un trattato sulla morbosità relazionale dei rapporti umani e, dall'altra parte, metaforizza (ma in questo non c'è nulla di nuovo nell'aria) l'amarezza, il lato oscuro, le facce, del tanto analizzato "sogno americano". A sorprendere non è certo la tematica,  anche se  l'aspetto psicoanalitico ha una profondità indubbiamente  efficace, ma è lo stile, che abbraccia il grande cinema classico americano e accarezza quello d'autore. FOXCATCHER infatti  è una parabola umana che ha i tempi stilistici di un horror, dove i sentimenti tra le persone assumono connotati sgradevoli proprio perchè deformati da problematiche oscure, modelli sballati, atteggiamenti non sviluppati della personalità a noi noti come "ombre".

Ma è un film non solo di ombre, chiaramente, ma anche di di sequenze straordinarie. Miller ha, infatti, un approccio alla regia che sfiora il rigore estremo e dimostra una maturità espressiva che mancava sia in L'ARTE DI VINCERE che nel precedente TRUMAN CAPOTE: A SANGUE FREDDO. E poi i tempi, il ritmo , l'eccesso di sguardi e di silenzi, che possono risultare forse l'unico difetto di un film che ha qualche calo narrativo, ma che di fronte a questi momenti di stanca generasequenze che scoppiano di potenza e  cinema puro: una su tutte la scena destabilizzante (e stranamente criticata) della liberazione dei cavalli fatti uscire con una forza impulsiva che è forse il simbolo della piccola, ma fondamentale, liberazione psicologica dalla figura materna. Un film quindi che racconta l'America in maniera spettrale, tra bisogni di approvazione e relazioni malate, criticando i mali del capitalismo (o dell'anarco-capitalismo) facendo un discorso sull'alienazione che da un po' di tempo non si vedeva così riattualizzato  nel cinema classico americano.  Insomma, cosa veramente  rara nei nuovi autori statunitensi, FOXCATCHER non solo racconta ma "dice". Il fatto che non sia stato premiato agli ultimi premi Oscar è la dimostrazione che di cose, forse, ne ha dette anche troppe.

 



votanti: 2
Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[17-03-2015]

 
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