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Hungry Hearts

di Saverio Costanzo. Con Alba Rohrwacher, Adam Driver

di Alessio Palma

Jude, americano e Mina, italiana, s'incontrano casualmente in un ristorante di New York. Vanno a vivere insieme e dopo poco Mina resta incinta. Sin dai primi mesi di gravidanza la donna si convince che il suo è un bambino speciale, da proteggere dall'inquinamento del mondo esterno, preservandone la purezza. Jude la asseconda ma quando si accorge che il figlio non cresce ed è in pericolo di vita, deve prendere la decisione più dolorosa per salvarlo.

Il quarto film di Saverio Costanzo, liberamente tratto da “Il bambino indaco” di Marco Franzoso, è uno dei più intriganti film italiani degli ultimi tempi e probabilmente il migliore finora del cineasta romano. Italiano produttivamente ma non d'ambientazione, dato che Costanzo decide di girare la sua storia a New York, città che conosce bene. Il primo dato di originalità è proprio la raffigurazione della metropoli: sebbene buona parte di HUNGRY HEARTS si svolga tra le quattro mura di un appartamento, negli esterni la città appare anonima, privata dei suoi tradizionali punti di riferimento. Potremmo trovarci nel 2014 come dieci anni prima e non cambierebbe molto. Questa sensazione anacronistica è accentuata dalla scelta di girare in pellicola 16mm. Il bravissimo direttore della fotografia Fabio Cianchetti puo' così lavorare sui colori tenui autunnali, alternando cromatismi caldi e freddi e dando a HUNGRY HEARTS le sembianze, a tratti, di un film di Rohmer o Cassavetes.

La narrazione, come nei precedenti film di Costanzo, è “debole”, fatta di pochi elementi essenziali, ma molto ben costruita. Non solo nel colpo di scena finale ma anche nel tratteggio delle psicologie: Jude e Mina sono colti nel presente (nulla sappiamo del loro passato) e assistiamo allo sviluppo di una relazione che parte in modo dissonante (lui vuole un bambino, lei evidentemente no) e si tramuta in un dramma del quotidiano. Il rapporto di coppia si deteriora, mentre il bambino non ha neanche un nome, è spersonalizzato, poco più che un oggetto nelle mani di lei. L'ossessione della donna resta ambigua, non spiegata; è l'incontro con una cartomante a metterla sulla strada di un progressivo distacco dal mondo ma sappiamo poco di più.

Costanzo in questo modo evita di cadere nel didascalico, suggerendo che il suo crollo psichico abbia radici in primo luogo esistenziali piuttosto che sociali. E per visualizzare una realtà distorta e opprimente, trova le giuste idee di regia, a cominciare dall'uso esasperato del grandangolo, che trasforma la casa di Jude e Mina e persino i loro corpi in spazi e forme estranei e inquietanti. Ne esce un film insolito e non facile da inquadrare, in cui è semplice rintracciare atmosfere ben conosciute (difficile non pensare al Polanski più claustrofobico) che però non hanno mai il gusto un po' gratuito della citazione, restando all'interno di un progetto con una sua precisa originalità.

 



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[14-01-2015]

 
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