Giornale di informazione di Roma - Domenica 25 settembre 2016
 
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Nymphomaniac - Volume 1

di Lars von Trier. Con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf

di Rosario Sparti

L'anziano Seligman, uscito per fare la spesa in una giornata nevosa, trova a terra il corpo insanguinato di una donna, Joe. La porta nel suo appartamento e la soccorre. Qui Joe gli rivela di essere una ninfomane. Se vuole può raccontargli la sua vita ma sarà una lunga narrazione che prende le mosse dai libri di anatomia del padre medico per poi passare alle competizioni con una coetanea a chi ha più rapporti nel corso di un viaggio in treno. Ma è solo l'inizio.

Capitolo conclusivo della cosiddetta “trilogia della depressione”, composta da ANTICHRIST e MELANCHOLIA, arriva finalmente in sala il primo volume di questo atteso film, di cui si è tanto parlato per la censura dovuta alla presenza di supposte scene pornografiche. Iniziamo con il fare chiarezza da questo punto di vista, diciamo subito che esistono due versioni della pellicola: una versione dalla durata di 4 ore divisa in due volumi (che, di paese in paese, ha una diversa censura interna) e una versione “uncut” di 5 ore e mezza che presenta scene di sesso dal contenuto più esplicito (che vedrà una distribuzione ridotta e solo in alcuni paesi). Il primo volume arriva oggi nei cinema, mentre l’uscita del secondo seguirà a qualche settimana di distanza. Difficile però giudicare un’opera indubbiamente incompleta. Il primo volume, difatti, nonostante gli sforzi del montaggio, non riesce ad apparire come pienamente autoconclusivo. Attendiamo quindi la visione del secondo volume per formulare una piena valutazione finale. Al momento le uniche certezze riguardano l'assenza in questa versione di scene talmente “forti” da giustificare l’aura di scandalo che è stata costruita intorno alla pellicola e il tono utilizzato da Von Trier, che sceglie l'arma dell'ironia per trattare una materia così delicata.

Questi due elementi vanno di pari passo, perché il regista utilizza l'arma dell'ironia e del grottesco - registri insoliti solo per chi conosce Von Trier superficialmente - per porre una distanza tra lo spettatore e la materia trattata. Grazie all'utilizzo di effetti grafici ed estratti video, con un risultato visivo vicino a quello di una infografica, l'effetto straniante è simile a un aggiornamento degli stratagemmi orditi nel teatro didattico di Brecht e Piscator (nomi con cui il regista si era trovato già a confrontarsi ai tempi di DOGVILLE e MANDERLAY). Insomma, il cineasta non vuole un coinvolgimento diretto basato su una empatia di stampo drammatico.  Siamo esattamente nella direzione opposta di opere come DANCER IN THE DARK. D'altronde più volte viene sottolineata la natura elettiva e speciale della "malattia" della protagonista. Una sorte infelice ma non comune, che tocca solo le anime più sensibili e travagliate. In attesa di essere smentiti dal prossimo volume, al momento ci sbilanciamo dicendo che il sesso appare quindi come un pretesto per esporre, ancora una volta, l'infinita tristezza del regista. La depressione, già raccontata con toni orrorifici e apocalittici, ora ritorna al centro della storia per essere posta sotto esame, con tanto di note a pie' di pagina e illustrazioni. Come se Von Trier, quasi fosse da uno psicanalista, dopo aver esposto pubblicamente le sue ferite in ANTICHRIST ed esorcizzato il dolore in MELANCHOLIA, oggi ci mostrasse il suo processo di rinascita ricostruendo il suo tragitto personale. Questa apparente serenità, da paziente se non guarito perlomeno consapevole dell'origine del proprio male, gli consente d'evitare le solite provocazioni, dedicandosi invece alla creazione di similitudini bizzarre, momenti surreali e anche battute autobiografiche (quella frase sull'antisionismo parla chiaro). La scelta spiazzante di un registro "leggero", man mano che il film avanza, va però bilanciandosi con un'angoscia che sottilmente cattura lo spettatore anche nelle scene più sopra le righe, come nel caso dell'apparizione di Uma Thurman, protagonista di una sequenza tra le più vontrieriane e riuscite del film.

Il gioco con lo spettatore è sempre il solito: il regista nasconde la propria misoginia dietro a personaggi femminili forti, portatrici dei fantasmi che affollano ossessivamente l'animo tormentato di Von Trier. Simboli di un mal de vivre di chi vive la la vita più intensamente degli altri e non è in grado di gestirne il fardello emotivo. Peccato che tutto ciò, tralasciando precedenti illustri, il regista lo abbia già raccontato diverse volte e in maniera più riuscita. Anche fosse solo sul piano estetico. Sicuramente il film ha molte intuizioni visive felici ma, a tratti, contiene anche una sciatteria figurativa e un'approssimazione nel lavoro con gli attori che non si confà a un cineasta illustre come il danese. Un capitolo come quello intitolato "Delirium", infatti, è non solo di pessimo gusto nelle sue soluzioni narrative ma, elemento ancor più grave, fotograficamente piatto e con una messa in scena televisiva. Si affastellano i registri, i racconti e i punti di vista sulla sessualità della protagonista, dando così una direzione confusa alla pellicola, che a più riprese tende a sbandare dando l'impressione di non avere le idee chiare. In un film che sembrava essere l'elogio del desiderio sessuale, liberatorio come non mai, ci troviamo man mano vedere sconfessata la massima espressa dal personaggio, interpretato da Charlotte Gainsbourg e dall'esordiente Stacy Martin nella sua versione giovanile, che dice: "L'amore è solo lussuria con un pizzico di gelosia". Curiosi di vedere quale sarà la destinazione cui approderà il film con il secondo volume,  per ora crediamo che l'amore avrà molto peso nelle vicende future della protagonista, afflitta da quell'assenza di piacere che cantavano i Rolling Stones. I can't get no satisfaction.
 



votanti: 7
Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[02-04-2014]

 
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