Cervi “zombie”: la malattia che li colpisce confermata dal Parco Nazionale di Yellowstone

Una malattia che rende i cervi zombie si sta diffondendo dal Parco Nazionale di Yellowstone al resto del mondo: di cosa si tratta?

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Esemplare di cervo (Corriereromano.it)

Quando si legge l’espressione “cervo zombie” la prima cosa che ci viene in mente è la possibile trama di un film horror o post-apocalittico. Eppure si tratta di una dura realtà: gli scienziati hanno infatti scoperto una malattia che sta attaccando i cervi, le alci, le renne e numerose altre specie affini. Essa provoca il deperimento cerebrale dell’animale, prende il nome di malattia cronica del deperimento (CWD) e ha un tasso di mortalità di ben il 100% negli esemplari che la contraggono.

È stata osservata per la prima volta in Colorado alla fine degli anni ’60, dove un cervo che viveva in cattività in un impianto di ricerca ha mostrato sintomi che si sono poi rivelati essere quelli della CWD. In seguito, negli anni ’80, gli stessi comportamenti sono stati osservati anche in esemplari selvatici. La malattia è oggi diffusa in numerosi Paesi: negli Stati Uniti, In Canada, Norvegia, Finlandia, Svezia e addirittura Corea del Sud.

Cervi zombie affetti da CWD: cos’è questa malattia?

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Cervo (Corriereromano.it)

Ma da cosa è provocata la CWD e quali sono i suoi sintomi? Ed esistono delle cure? Queste domande, purtroppo, hanno risposte alquanto negative. La patologia sembra essere provocata dai prioni, proteine mal ripiegate che tendono ad accumularsi nel cervello e in altri tessuti degli animali. I sintomi più comuni sono sbavatura, orecchie cadenti, mancanza di coordinazione, letargia, magrezza e mancanza di paura degli esseri umani.

Inoltre il contagio sembra avvenire tramite scambio di fluidi corporei diretto e indiretto, ad esempio con lo sfregamento dei nasi o per mezzo della contaminazione ambientale. E la notizia peggiore è che a oggi non esistono vaccini o trattamenti efficaci per curare la CWD. Il periodo di incubazione è inoltre piuttosto lungo, poiché va dai 18 ai 24 mesi: ciò comporta la presenza di un alto numero di esemplari infetti difficili da identificare e separare da quelli sani.

Massima precauzione nel trattare gli animali

In molti a questo punto potrebbero chiedersi: questa malattia è trasmissibile all’uomo? Come è ovvio aspettarsi, i ricercatori hanno effettuato numerosi test in questo senso, ma non hanno trovato prove concrete che il contagio possa avvenire. Ciononostante hanno notato la possibilità di contagio nei topi e nelle scimmie, con i quali condividiamo numerosi geni.

La precauzione nell’affrontare un esemplare potenzialmente infetto, in questo caso, è tutto. Per questo i Centers for Disease Control and Prevention raccomandano di non consumare carne di dubbia provenienza e di maneggiare gli animali dotati di guanti e protezioni, nonché di astenersi dalla caccia nelle aree notoriamente contaminate.

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