<p><strong>Perché il 17 febbraio è la Festa del Gatto in Italia: origini nel 1990, significato del numero 17 e il simbolismo legato all’Acquario.</strong></p>
<p>Archiviato San Valentino, con i suoi rituali più o meno sentiti, il calendario italiano propone un’altra ricorrenza che parla di affetto, ma lo fa in modo meno prevedibile. Il <strong>17 febbraio</strong> non celebra coppie né promesse eterne: celebra i gatti. E già questo, a ben vedere, dice qualcosa. Perché dedicare una giornata a un animale che per definizione sfugge alle definizioni significa riconoscerne la natura indipendente, quasi anarchica.</p>
<figure id="attachment_6364" aria-describedby="caption-attachment-6364" style="width: 1190px" class="wp-caption alignnone"><img class="wp-image-6364 size-full" src="https://www.corriereromano.it/wp-content/uploads/2026/02/gatto-nero-in-casa.jpg" alt="Gatto nero in casa: il 17 febbraio festeggerà la sua festa" width="1200" height="800" /><figcaption id="caption-attachment-6364" class="wp-caption-text">Perché il 17 febbraio è la Festa del Gatto: la storia (poco banale) di una data controcorrente &#8211; corriereromano.it</figcaption></figure>
<p>La <strong>Festa del Gatto</strong> in Italia nasce ufficialmente nel <strong>1990</strong>. Non per decreto, non per strategia commerciale, ma grazie a un’iniziativa editoriale. La rivista <strong>Tuttogatto</strong> decise di chiedere ai propri lettori quale potesse essere la data più adatta per omaggiare i felini domestici. Arrivarono numerose proposte, ognuna con una motivazione diversa: c’era chi guardava all’astrologia, chi alla tradizione popolare, chi semplicemente cercava un giorno che non fosse già occupato da altre celebrazioni.</p>
<p>Alla fine prevalse il 17 febbraio. Una scelta che può sembrare curiosa, ma che curiosa non è affatto. È, semmai, coerente con lo spirito del gatto.</p>
<h2>Febbraio, il 17 e il carattere felino: una scelta simbolica</h2>
<p>Febbraio è il mese dell’<strong>Acquario</strong>, segno zodiacale spesso associato a indipendenza, anticonformismo, libertà di pensiero. Tratti che chi convive con un gatto riconosce senza bisogno di manuali. Il gatto non obbedisce per riflesso condizionato: osserva, valuta, decide. La sua presenza in casa non è subordinazione, è coabitazione scelta. E forse proprio per questo l’Acquario è stato ritenuto il mese più adatto.</p>
<p>Resta il numero 17, che in Italia non gode di ottima reputazione (laddove altrove il numero sfortunato è il 13). La sua fama di numero “sfortunato” affonda le radici nell’antica Roma: XVII, anagrammato, diventa <strong>VIXI</strong>, “ho vissuto”, dunque “la mia vita è finita”. Un’associazione che nei secoli ha alimentato superstizioni e diffidenze. Anche nei confronti dei gatti, in particolare di quelli neri (come quello nell&#8217;immagine in copertina), spesso vittime di pregiudizi irrazionali.</p>
<p>Scegliere proprio il 17 significa allora capovolgere il simbolo. È un gesto culturale prima ancora che affettivo: prendere un numero carico di ombre e trasformarlo in occasione di festa. Un modo per dire che la superstizione non può definire né una data né, tantomeno, un animale.</p>
<p>C’è poi il richiamo, più popolare che scientifico, alle <strong>sette vite</strong> attribuite ai gatti nella tradizione italiana. Il 17, letto come 1 e 7, diventa quasi un gioco numerico che rafforza l’idea di resilienza, di capacità di cadere e rialzarsi. Non è matematica, certo. Ma le ricorrenze vivono di simboli, e questo simbolo funziona.</p>
<p>Negli anni la Festa del Gatto ha assunto anche un valore più concreto. Associazioni e volontari la utilizzano per promuovere adozioni consapevoli, campagne contro l’abbandono, iniziative di tutela delle colonie feline. Non è soltanto una data da social network o una scusa per pubblicare fotografie: è un promemoria collettivo sul rispetto dovuto a un animale che ha scelto, nei secoli, di vivere accanto all’uomo senza mai perdere la propria natura.</p>
<p>Il 17 febbraio, in definitiva, non è una trovata folcloristica. È una scelta simbolica coerente con l’essenza stessa del gatto: libero, enigmatico, refrattario alle etichette. E forse è proprio questo il punto. Celebrarlo non significa addomesticarlo una volta di più, ma accettarne l’alterità. Accettare che l’affetto non sempre (anzi, quasi mai) coincide con il possesso.</p>

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