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L'importanza di chiamarsi Geppy

Gleijeses porta in scena il grande classico di Oscar Wilde

di Luca Siliquini

Guardarsi allo specchio è un gesto fondamentalmente intuitivo. Un’azione propria di poche specie biologiche che popolano il pianeta Terra. Scimmie antropomorfe, delfini, alcune varietà di uccelli. E poi c’è l’uomo. L’essere eletto, dotato di capacità intellettive ben superiori a tutti gli altri animali esistenti. L’uomo che erige palazzi e scatena guerre, che cura il cancro e uccide a sangue freddo. L’uomo continuamente diviso tra bene e male, che si sforza di essere tutto d’un pezzo e che spesso si rivela un mastodontico ipocrita. Già, perché tra le tante (e fortunate?) invenzioni dell’essere umano c’è quella della cosiddetta “convenzione”. Convenzione = insieme di regole pattuite. In molti casi, a scapito della genuina natura individuale. A questo punto, e come direbbe qualcuno, la domanda sorge spontanea. Come può un essere umano essere sé stesso e allo stesso tempo adattarsi alle convenzioni della società? La risposta, tutto sommato, è semplice: creandosi un alter ego, sviluppando un personaggio deliberatamente artefatto da “sfoggiare” in pubblico.

Molti artisti e uomini d’intelletto hanno sviscerato – o tentato di sviscerare, perlomeno – questo dualismo della “testa pensante” uomo. Veramente in pochi ci sono riusciti come Oscar Wilde. Soprattutto utilizzando il linguaggio del teatro. E quando si pensa al Wilde drammaturgo, la prima opera che viene in mente è senza dubbio L’importanza di chiamarsi Ernesto. La grande commedia degli equivoci dello scrittore irlandese. Quella che più di tutte spacca e ricompone l’essere umano per cercare di capire dove alberghi la linea di confine tra natura e convenzione. Ecco, che questo tema fosse tanto caro a Wilde, Geppy Gleijeses lo ha capito fin troppo bene. L’adattamento de L’importanza di chiamarsi Ernesto da lui proposto al Teatro Quirino – in qualità di attore e regista  – ne è la prova provata. In questa pièce, di scena fino al prossimo 16 marzo, vengono raccolti e analizzati tutti, ma proprio tutti gli elementi della poetica wildiana. A cominciare dalla lampante dicotomia di cui si è ampiamente parlato finora.

A questo punto, entriamo nel vivo della trama. L’aria che si respira è né più né meno quella della Londra vittoriana. Algernon Moncrieff, giovane dell’alta borghesia attratto da qualsivoglia forma di piacere, ozia steso sul divano del suo salotto in attesa dell’arrivo del suo vecchio amico Ernest Worthing. Ernest deve infatti recuperare un portasigarette dimenticato a casa Moncrieff la sera precedente. E qui inizia il magistrale equivoco. Già, perché Algernon (Algy per gli amici), da un’incisione sul portasigarette di cui sopra, ha intanto scoperto che il nome di battesimo del suo amico è in realtà Jack. A una pressante richiesta di spiegazioni, Ernest/Jack confessa tutto. Egli vive in campagna ed è il tutore di Miss Cecily Cardew, la nipote del suo padre adottivo. Ergo, in quanto tutore, in quanto punto di riferimento, la sua condotta deve apparire cristallina. Lontana da qualsiasi genere di nefandezza. Ma Ernest/Jack è fin troppo simile ad Algy. Anche lui è estremamente attratto dai piaceri della vita. Così, pronto l’alter ego. Jack Worthing fa pensare a tutti di avere a Londra un fratello sciagurato e degenere – appunto Ernest –, così da potersi sollazzare nei weekend quanto e come preferisce. Con la scusa di andarlo a trovare per rimproverarlo della sua vergognosa condotta. Comunque, al momento Ernest/Jack si trova in città per un fine più nobile: chiedere la mano di Miss Gwendolen Fairfax, cugina di Algy. Alla giovane aristocratica, il nostro “Dr. Jekyll & Mr. Hyde” si presenta con il nome di Ernest. Buona mossa, visto che Miss Gwendolen è intenzionata a sposare solo ed esclusivamente una persona che porti quel nome. Tutto sembra andare per il meglio, ma c’è di mezzo Lady Augusta Bracknell, madre di Gwendolen e ovviamente zia di Algy. La genitrice tempesta Ernest di domande, e il nostro crolla di nuovo. Confessa di essere un trovatello, di essere stato rinvenuto da Mr Thomas Cardew – la cui nipote è la Cecily di cui sopra – in una borsa di cuoio. Lady Bracknell, a una tale dichiarazione, inorridisce e nega immediatamente il consenso alle nozze. Sua figlia in mano a un trovatello, un’onta intollerabile. L’innamoratissimo Ernest/Jack deve trovarsi dei genitori quanto prima, o niente matrimonio. Ma Miss Gwendolen non sta a guardare. E domanda a Jack l'indirizzo della sua casa di campagna. Algernon, dandy curioso e annoiato, ascolta la conversazione con un preciso obbiettivo: prossima tappa, la visita a Cecily.

La scena si sposta dunque in campagna. Dove Cecily vive in simbiosi con la sua badante e precettrice, Miss Prism. Algy piomba nella residenza rupestre presentandosi come Ernest, il fratello-fantoccio di Jack. È amore a prima vista. Entrambi rimangono folgorati. Soprattutto lei. Perché Cecily, in realtà, altro non vuole che sposare un uomo di nome Ernest – l’importanza di essere retto. Si veda il significato originale dell’aggettivo “earnest” –. Nel frattempo, anche Jack fa ritorno a casa, in campagna. E appena vede Algernon lo intima di lasciare immediatamente la residenza. Ma ormai Algy è troppo innamorato, e torna di nascosto alla magione: Cecily deve essere sua. Sorge intanto un problema. Sempre lo stesso, si potrebbe dire. Sia Gwendolen sia Cecily sono infatuate del nome “Ernest”, ancor prima dei rispettivi spasimanti. Unica soluzione, quindi, farsi battezzare. La farsa non è più ammessa. Jack e Algy si rivolgono allora al Dr. Chasuble, il reverendo della vicina chiesa. Attenzione, però. Gwendolen in questo momento non è fisicamente presente. Poco male. La bella aristocratica si presenta alla villa di campagna di Jack. E stringe amicizia con Cecily. Basta qualche battuta iniziale tra le due, che le stesse capiscono di essere promesse allo stesso uomo: Ernest. Guarda caso, l’equivoco si infittisce. E gli altarini si scoprono. Gwendolen e Cecily chiedono chiarimenti ai rispettivi spasimanti. Una volta ottenuta la verità, offese, si ritirano nella villa. Ma l’amore trionfa sempre: le due, dopo qualche ritrosia, perdonano i maschietti/protagonisti. Lieto fine? No, non ancora, perlomeno.

Nel frattempo infatti – c’è sempre un “nel frattempo”, in opere come questa – arriva alla magione di campagna anche Lady Augusta Bracknell, la severa e a suo modo premurosa madre di Gwendolen. Lady Bracknell ha intenzione di ostacolare sì le nozze tra sua figlia e Jack, ma anche quelle tra Algy e Cecily. Senonché, nel caso del secondo matrimonio, la nobile vegliarda scopre che Cecily porta in dote l’ingente rendita di centotrentamila sterline l’anno  – ed ecco il picco massimo dell’ipocrisia vittoriana  –. Eredità del nonno. Jack coglie la palla al balzo. In fin dei conti, il tutore di Cecily è lui, e senza la sua approvazione le nozze non possono avere luogo. Quindi, o Jack ottiene il permesso di sposarsi con Gwendolen, oppure addio felice unione di Algy e Cecily. Lady Bracknell, tuttavia, non cede. Finché non torna in scena il Dr. Chasuble, che nomina Miss Prism. Lady Augusta Bracknell, sentendo quel nome, si infiamma tutta e chiede di vedere la precettrice prima di subito. Il corso dei fatti inizia a vedere luce. Si scopre che Miss Prism, decenni prima, era la bambinaia di Lady Bracknell e che un bel giorno, dopo essere uscita con un neonato, non aveva più fatto ritorno. In compenso, la polizia londinese aveva ritrovato una carrozzina vuota a distanza di qualche ora. La governante, finalmente, confessa che quel giorno aveva erroneamente riposto il bambino in una borsa di cuoio che portava con sé. Tale borsa di cuoio era poi stata smarrita nel guardaroba di Victoria Station a Londra. Ossia, esattamente dove il trovatello Jack era stato rinvenuto. E di chi è figlio Jack, dunque? Della sorella di  Lady Bracknell. Ergo, è né più né meno il fratello maggiore di Algernon. Come viene ufficialmente dimostrato che Jack appartiene alla “famiglia Bracknell”? Andare a teatro per assistere al gran finale.

Sul fatto che spiegare Wilde sia opera quantomeno complessa non ci sono dubbi. Specialmente in questo caso. In questa commedia, come già accennato, c’è davvero tutto: ironia, polemica, sarcasmo, spirito critico. Elementi perfettamente messi in luce nell’adattamento curato da Gleijeses, che vede un’ottima Marianella Bargilli nei panni di Algernon – una donna a ricoprire il ruolo di un uomo, alternativa a dir poco interessante – e un’eccezionale Lucia Poli in veste di Lady Bracknell. Senza dilungarsi ancora, questo è teatro con la T maiuscola. Di quel teatro che è complesso da spiegare, al limite spigoloso da recensire, ma senza dubbio piacevolissimo da vedere. Per cui, e senza ripensamenti, bisogna semplicemente muoversi, prenotare un posto e godere di questa perla. Più che consigliato.

Per info:

Teatro Quirino

Via delle Vergini, 7, 00187 Roma
06.6794585

Fino al 16 marzo

[10-03-2014]

 
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