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Il grande dramma del circo equestre

Napoli e varietÓ, l'omaggio del Teatro Argentina

di Luca Siliquini

Pagliacci, domatori, infedeltà, melodramma e tanta, tanta ironia. A fare da sfondo, un ambiente povero, degradato, ma incredibilmente ricco di vita. Un luogo che quasi sembra non esistere, o esistere soltanto nelle leggende. In un passato ormai remoto. Un luogo popolato di personaggi macchiettistici, farseschi. E allo stesso tempo poetici, profondi, la cui umanità è più prorompente di qualsiasi stereotipo da commedia plautina. Maschere in cui si nascondono esseri umani, per intenderci. Uomini in carne e ossa che affrontano le tragedie della vita con estremo senso di dignità. Che sanno ridere anche e soprattutto quando da ridere c’è ben poco. I circensi. I clown tristi che dedicano l’intera esistenza al sorriso altrui. Schiavi del pubblico e della propria natura. Disposti a morire di stenti pur di non reprimere la loro stessa creatività. Perché, in fin dei conti, la vita è tutta un luogo comune. E la gente ama ridere dei luoghi comuni. Inconsciamente. Come se quei luoghi comuni non riguardassero lo spettatore. Il pagliaccio. La figura che esisterà sempre.

«Davanti alla casa in cui abitavo con i miei genitori si estendeva un terreno abbandonato, dove un giorno arrivò un circo molto povero, senza nemmeno il tendone, ma solo stoffe rattoppate. Al centro si innalzavano i pali con i trapezi. Dall’esterno si potevano vedere, senza pagare, i mille volteggi di poveri acrobati. Qualche animale triste passeggiava senza comprendere questo paesaggio di desolazione. L’orso, la zebra e il dromedario asciugavano le loro lacrime sotto un sole opprimente che bruciava questa Pampa urbana». È partendo da questo ricordo che il regista Alfredo Arias ha voluto concepire il riadattamento di Circo equestre Squeglia, classico della commedia napoletana la cui prima messa in scena risale al 1922. Una storia piena di tenerezza e malinconia, scritta dal grande drammaturgo Raffaele Viviani e riproposta dal Teatro Argentina fino al prossimo 23 marzo. In un circo di periferia, i cui artisti vivono al limite dell’indigenza, si alternano le vicende dei protagonisti, maschere inconsapevoli – ma non troppo – di un mondo che non regala niente e non ascolta il grido di dolore di chi non ce la fa più. Dunque, l’obbiettivo primario è sopravvivere. Lasciando che le passioni umane prendano il sopravvento. Rabbia, gelosia, tradimenti, schiaffi. E risate. Certo, perché una volta indossata una maschera, diventa quasi impossibile abbandonarla. Ridere e far ridere. Soprattutto se a una tragedia se ne aggiunge un’altra. «La scrittura di Viviani – commenta Arias – s’impossessa di un mondo particolarmente tragico: il circo, l’emblema della fragilità. Un mondo esposto alla tempesta, ai capricci della pioggia e del vento, ai sussulti del cuore perché questa comunità è anch’essa alla mercé delle intemperie della passione. Da questa immedesimazione con “il povero diavolo” che si nasconde in noi, nascono le lacrime. Come se esse volessero placare la violenza di un’ingiustizia commessa su questo individuo privo di qualsiasi cinismo, che si rifugia nel profondo di ognuno di noi».

Uno spettacolo toccante, caratterizzato da quella sconsolata ilarità propria del teatro napoletano. Specialmente di quello “di varietà”, tanto in voga in Italia tra fine Ottocento e anni Venti del Novecento – nonché sapiente rielaborazione del “cafè – chantant” francese –. A questo riadattamento di Circo equestre Squeglia vanno attribuiti tutti i meriti possibili. Una regia e un cast eccezionali, veramente in grado di trasportare il pubblico nell’atmosfera del primo dopoguerra. Senza che nulla risulti datato, stucchevole o troppo nostalgico. Una scenografia estremamente fedele a quelle del periodo, di grande impatto e in linea con le esigenze e della commedia. L’azzeccato utilizzo dei costumi. La presenza di musicisti veri, come da tradizione – e di musicisti in carne e ossa, in scena a teatro, ormai in pratica non se ne vedono più –. La brillante alternanza di parti cantate e recitate. C’è davvero tutto. Ogni elemento di questo autentico gioiello teatrale, in sostanza, è meravigliosamente apprezzabile. Perdersi questa pièce sarebbe un peccato.

Per info:                                                                                                                                          

CIRCO EQUESTRE SGUEGLIA

4 | 23 marzo .14

Teatro Argentina

Largo di Torre Argentina, 52, 00186 Roma
06.684000311

 

 

[05-03-2014]

 
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