Giornale di informazione di Roma - Venerdi 30 settembre 2016
 
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Shakespeare e charleston, un connubio possibile

L’adattamento de “La bisbetica domata” al Teatro argentina

di Luca Siliquini

Ci sono opere e opere. Alcune sono perfette per l’epoca in cui vengono messe in scena, ma, riproposte a distanza di secoli – o magari soltanto decenni –, iniziano a prendere un non so che di stantio. Difficile quindi riportarle su un palco senza correre il rischio che lo spettatore collassi al ventesimo minuto della rappresentazione. Ci sono poi autori assolutamente “padroni” del proprio tempo, eppure incapaci di guardare oltre la propria era. Poco lungimiranti, in altre parole. Ovviamente, questa premessa non vale per giganti creativi come William Shakespeare. Non vale per artisti talmente in grado di scavare nell’animo umano da risultare sempre attuali. Sempre in linea con i tempi, al di là dei secoli e dei cambiamenti della società. Non ci si deve allora stupire se una pièce teatrale scritta a fine Cinquecento possa venire decontestualizzata con estrema naturalezza e riambientata negli anni Venti del Novecento. Senza perdere la propria potenza originaria. È la magia del teatro. Di quel teatro che, appunto, è senza tempo.

Perché tale “trasposizione temporale” funzioni, però, c’è bisogno di registi e attori in grado di carpire l’essenza prima e ultima di un’opera. A coglierne il significato in nuce. Pensiamo alla trama de La bisbetica domata di Shakespeare. Un nobile, Battista Minola, vive a Padova con le sue figlie Caterina e Bianca. La prima è, per l’appunto, la “bisbetica”. Cruccio del padre, è viziata, piuttosto pazzerella e impallina qualsiasi pretendente deridendolo e umiliandolo. Nessuno, naturalmente, la chiede in moglie. La seconda, al contrario, è dolce e di buone maniere. Un ottimo partito per ogni fascia d’età. Tanto è vero che viene corteggiata tanto da Ortensio, giovane figlio di mercante, quanto da Gremio, danaroso decrepito della città. Neanche dirlo, papà Minola coglie la palla al balzo. Decide cioè che Bianca non diventerà mai promessa sposa finché la “bisbetica” Caterina non prenderà marito. Un bel problema, per Ortensio e Gremio. Ma la divina Provvidenza è sempre vigile. Da Verona giunge infatti Petruccio, furbo gentiluomo determinato a sposare Caterina a tutti i costi. Lei, come al solito, respinge incattivita qualsivoglia tentativo di corteggiamento. Petruccio sembra impermeabile a tali vessazioni. E soprattutto, adotta la strategia giusta – se fosse nato di questi tempi, sarebbe stato con certezza un asso nel campo della comunicazione persuasiva –. Il piano del veronese è semplice ma efficace: rispondere con gentilezza agli insulti di Caterina. Lei lo prende in giro per la sua (apparente) stoltezza? Lui le si butta ai piedi ribadendo quanto la ama. Niente male, come trucco. C’è dell’altro. Alla lista dei pretendenti di Bianca si aggiunge Lucenzio, studente e anch’egli figlio di mercante (ah, i capricci dell’alta borghesia). La concorrenza inizia a diventare troppa, per cui è il caso di ricorrere a un qualche stratagemma. Dunque, Ortensio e Lucenzio decidono di travestirsi entrambi da precettori, così da poter stare il più possibile vicino a Bianca e corteggiarla. In casa del padre, naturalmente. Nel frattempo Tranio, fedele servitore di Lucenzio, veste i panni del proprio padrone. Non per via di un’annoiata impresa farsesca, ci mancherebbe. Piuttosto per reggere il gioco a Lucenzio alla luce del sole. Lucenzio è impegnato nella parte di precettore, quindi quale persona “fisica” potrebbe intanto tallonare papà Minola? La risposta è appena stata fornita. Nel meglio del meglio della commedia dell’arte. Ma facciamo un passo indietro per tornare a Petruccio. Lo scaltro uomo d’affari-comunicatore, dopo tante peripezie, riesce a sposare Caterina. La bisbetica è sistemata. In tutti i sensi. Già, perché Petruccio l’ha piegata, ma non abbastanza. Il bello arriva ora. Nella casa nuziale, tanto quanto in casa di Battista, lo stesso Petruccio persevera nella propria “strategia vincente”: umiliare Caterina con garbo. In sostanza, la prende per i fondelli passando dalla porta laterale. Un esempio. Lei ha fame? Lui fa servire dell’ottimo montone, e subito dopo prende il cuoco a male parole perché la carne è fredda e stoppacciosa. Ovviamente non è vero, però funziona. Il risultato è infatti che lei va a letto senza cena, frustrata e sempre più obbediente per necessità. Stesso discorso per il sonno. Il letto non è degno della “regina di casa”, quindi appena Caterina poggia la testa sul cuscino, puntualmente Petruccio la fa svegliare dalla servitù con qualsiasi pretesto. Per la povera bisbetica, un inferno di stenti e prostrazione. Di cui Battista Minola è ignaro ma felicissimo. Soprattutto nel momento in cui Caterina torna a fare visita al padre. Completamente addomesticata, la figlia maggiore obbedisce a qualsiasi ordine del marito senza fiatare. Un capolavoro di sottomissione. Rimane da sistemare Bianca. Dopo un estenuante corteggiamento, Lucenzio conquista la piccola Minola – per la serie, fra i due litiganti il terzo gode – e la sposa. Rendendosi immediatamente conto che la dolce fanciulla è in realtà più iena della sorella maggiore pre-Petruccio. Anche Ortensio trova la sua strada, sposando una ricca vedova. Più tirannica di Caterina e Bianca messe insieme nell’arco dell’intera rappresentazione. In ogni caso, e almeno in apparenza, la commedia si conclude con un lieto fine. I tre mariti sono convinti di tenere le rispettive consorti sotto il proprio tallone e fanno addirittura una scommessa su quale delle mogli sia più obbediente e prostrata. La scommessa è persa da tutti e tre. E i mariti ne sono perfettamente consapevoli.  

L’attualità de La bisbetica domata è sconcertante. Basti pensare alla concezione della donna come merce di scambio – gli stupri, gli abusi e i drammatici casi di femminicidio –; alla deliberata supremazia dell’uomo sulla donna – i casi di mobbing –; alla forza incontrastabile dell’animo femminile – il finale della commedia la dice lunga, al riguardo –.  Elementi che emergono in maniera lampante da questa trasposizione operata dal regista Andrej Končalovskij, abilissimo nello sviscerare il nucleo dell’opera pur mantenendone intatto il lato ironico e farsesco. In fin dei conti, che importa se contestualizziamo la rappresentazione nella Verona di fine Cinquecento oppure nella Verona degli anni Venti del Novecento? Non storcano il naso i puristi. In questo caso l’essenza è invariata. Cambia solo la cornice. Al posto di seta e cappelli piumati, abbiamo paillettes e un pizzico di charleston. Per il resto, certe cose sono eterne. Soprattutto per chi le sa osservare a tutto tondo. Come nel caso di Shakespeare. Che è praticamente impossibile mettere in discussione. Da vedere. Al di là della bravura della compagnia, offre ottimi spunti di riflessione.

Per info:

Teatro Argentina

Largo di Torre Argentina, 52, 00186 Roma
06 6840 00311

Fino al 2 marzo

orari spettacolo
ore 21.00
giovedì e domenica ore 17.00
sabato ore 19.00 
lunedì riposo

 

 

[20-02-2014]

 
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