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Se il fuoco non amico

Il reportage teatrale sulla morte di Nicola Calipari

di Luca Siliquini

4 marzo 2005. Una data che forse ad alcuni non dice molto, ma indissolubilmente legata a uno dei più grandi misteri della storia italiana contemporanea. A Baghdad, alle 19:50 circa, una Toyota Corolla sta percorrendo la Route Irish in direzione dell’aeroporto. Al suo interno ci sono il Capo della 2ª Divisione "Ricerca e Spionaggio all’Estero" del SISMI, Nicola Calipari, il suo autista Andrea Carpani e la giornalista de Il Manifesto Giuliana Sgrena, appena liberata dopo un mese di prigionia. Ancora 900 metri, e i tre saranno al sicuro su un aereo per Roma. In Italia, familiari e colleghi della Sgrena stanno già festeggiando la riuscita dell’operazione. Ma a Baghdad, qualcosa va storto. A 900 metri esatti dall’aeroporto, un posto di blocco statunitense inizia a sparare sulla Toyota Corolla. I soldati hanno l’ordine di non far passare alcun veicolo in quel tratto di strada. È previsto il passaggio dell’auto dell’ambasciatore degli stati Uniti in Iraq, John Negroponte. Ad aprire il fuoco è Mario Lozano, addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, che in fase di processo sosterrà che ha sparato numerosi colpi in sequenza perché la Toyota Corolla avanzava a velocità troppo elevata. Nicola Calipari fa scudo con il proprio corpo a Giuliana Sgrena. Rimane ucciso. L’autista Carpani e la stessa Sgrena, feriti e sotto shock, vengono portati all’ospedale. I colpi sparati risultano 58. Per l’esattezza, 57 nell’abitacolo e soltanto uno nel motore. Un vero e proprio accanimento. Si apre un’inchiesta, ma la magistratura italiana non viene ritenuta competente a giudicare quanto accaduto. Il processo si sposta allora negli Stati Uniti, e il soldato Mario Lozano viene quasi immediatamente assolto. La morte di Calipari è da considerarsi nell’ambito delle cosiddette “procedure di guerra”. In altre parole, si tratta di un omicidio involontario. Inoltre, mancano le prove. Dalla scena del crimine vengono rimossi i bossoli e la cassetta delle munizioni. La stessa Toyota Corolla viene subito rimossa dalla Route Irish, e restituita alla procura italiana soltanto mesi dopo l’accaduto. In sostanza, una prova che serve a poco o niente. A distanza di anni, il cadavere di Nicola Calipari non trova ancora un responsabile. La domanda è: qualcuno lo voleva morto? Facile a credersi.

La ricostruzione dei fatti è agghiacciante, e – come già sottolineato  – completamente avvolta nel mistero. Lo spettacolo Il viaggio di Nicola Calipari, scritto da Fabrizio Coniglio, porta in scena un reportage puntuale e dettagliato dell’episodio, aprendo un’importante riflessione sul diritto alla legalità e sul desiderio di giustizia legati a uno dei casi più controversi dalla storia italiana. «Dopo anni di studio porteremo sul palco uno dei più inquietanti misteri italiani degli ultimi anni. Regaleremo al pubblico, attraverso la finzione del teatro, quel processo mai celebrato, mettendo insieme, sulla scena, tutti i particolari più contraddittori di quella notte maledetta  – commenta lo stesso Coniglio –. Parleremo della  guerra che è costata la vita a Nicola Calipari che, essendo prima di tutto un uomo con un profondo e spiccato senso dello stato, ha sempre messo la vita delle persone davanti a qualunque perversa ragion di stato. E il suo ultimo gesto, coprire col proprio corpo Giuliana Sgrena per salvarle la vita, ne è un’inequivocabile testimonianza». La ricostruzione fedele, tratta dal diario di prigionia di Giuliana Sgrena (qui interpretata dalla bravissima Alessia Giuliani),  e l’apporto di documentazioni originali quali frasi e commenti di Nicola Calipari o il rapporto sulle dinamiche dell’incidente della delegazione italiana in Iraq, fanno di questa rappresentazione un ottimo esempio di quanto il teatro possa ancora assolvere a funzioni squisitamente sociali. Un baluardo di memoria storica, per intenderci. La scelta di Fabrizio Coniglio e Alessia Giuliani è coraggiosa e ammirevole. Tanto quanto quella del Teatro Argentina di ospitare una pièce dai toni forti e per molti aspetti “scomoda”. Anche perché alla rappresentazione di ieri sera è seguito un toccante dibattito al quale hanno partecipato Giuliana Sgrena, testimone dell’accaduto, Erminio Amelio, procuratore che seguì il Caso Calipari, Gabriele Polo, allora direttore de Il Manifesto, Enzo Ciconte, magistrato, testimone dell’impegno di Calipari nella lotta alla Ngrangheta, Mario Almerighi, ex presidente del Tribunale di Civitavecchia e Claudia Fusani, giornalista dell’Unità. Un incontro pubblico per cercare di chiarire meglio le modalità di una morte assurda e irresponsabile. Sperando che un giorno il corso della "non giustizia" prenda un'altra piega.

[18-02-2014]

 
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