Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 28 settembre 2016
 
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Neofuturismo e ovvietà, il sistema si mette “a nudo”

La quintessenza del luogo comune di scena al Teatro Quarticciolo

di Luca Siliquini

Il teatro futurista. Sì, gli strambi spettacoli di Filippo Tommaso Marinetti e compagnia cantante. Quelli che venivano messi in scena agli inizi del ‘900 con il puro e semplice intento di provocare, non di risvegliare le coscienze. Ore e ore di onomatopee e sterili sproloqui su un palco, modello “brum brum bruuuuuuuuuum” o “svegliateviiiiiiiiiiiiiiiiiiii”. Con il pubblico che fischia fino a perdere l’uso della trachea. Roba che in confronto l’avanspettacolo sembra Eschilo o Shakespeare. Bene, se il quadro è chiaro, bisogna aggiungere una cosa. Il teatro futurista veniva concepito in un’epoca in cui tutto si stava trasformando. I primi due decenni del Novecento sono da considerare un’epoca rivoluzionaria, in primis per quanto riguarda le innovazioni tecnologiche e scientifiche. È chiaro, quindi, che l’arte andava di pari passo con tale evoluzione. Non per niente siamo in pieno periodo di “avanguardie”.  In un’era di massima transizione, in cui tutto pareva poter essere criticato e stravolto al limite. Insomma, cent’anni fa aveva un senso. Imbastire uno spettacolo teatrale oggi, nel 2014, basandosi sugli stessi principi, è ridicolo e inefficace.

La domanda è: i luoghi comuni fanno ancora ridere? E soprattutto: fanno ancora ridere se sono triti e ritriti? Se annegano in sé stessi? La risposta è semplice. No. Ormai l’ovvietà non è più ilare. Neanche agli occhi del più stupido degli individui. Dunque, uno spettacolo imperniato sull’ovvietà non ha senso di esistere. E visto che tra le funzioni peculiari del  teatro c’è quella di far divertire, come si può giustificare una commedia che non riesce a intrattenere seriamente neanche un minuto? È questo il caso di MiDIA, l’uomo medio attraverso i media, spettacolo di Francesca Sangalli messo in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo. Un’ora abbondante di brevi sketch in cui i tre attori protagonisti (Eliseo Cannone, Alex Cendron, Serena Di Gregorio) si presentano sul palco in giacca, cravatta e mutande tentando di “smascherare” l’intima ipocrisia dell’italiano medio. Abbiamo detto “giacca, cravatta e mutande”. Necessario aggiungere che durante uno dei suddetti sketch l’attrice femminile si spoglia completamente – altro allegro richiamo futurista  –. Ebbene, al di là del bel vedere, quest’elemento non aggiunge nulla al piattume della pièce. Non è questione di bigottismo. Semplicemente, non impressiona a fini artistici e non ha senso. Punto. Ma andiamo avanti. La visione dell’italiano medio che emerge da questa commedia è in tutto e per tutto quella che, come si suol dire, conoscono anche i sassi. Lo stereotipo del cittadino italico mediocre e filoberlusconiano è stato messo sul piatto in almeno un miliardo di occasioni. C’è tutta una splendida “letteratura” al riguardo. Quindi, qualora si volesse assistere a una nuova rappresentazione di tale modello, sarebbe piuttosto il caso di attendere il prossimo dicembre. Almeno, con il cinepanettone, qualche risata ci scappa sempre. Parlare con una simile scontatezza del velinismo, della chirurgia plastica e del grettume politico attuale è infatti come raccontare ancora le barzellette su Pierino o i carabinieri. Ahinoi, non fanno ridere più nessuno. Naturale dunque che ci si chieda perché una compagnia emergente, che ha bisogno di farsi conoscere, punti su un cliché tanto banale. E tanto mal posto nei fatti.

Non ci siamo. Il problema qui non sono gli attori, che sarebbero anche dotati. In questo caso si tratta dello spettacolo. Che – come già ripetuto parecchie volte –  non ha motivo di esistere. Bisognerebbe puntare su altro. Qualcosa di veramente brillante, che metta effettivamente in luce il talento dei suddetti attori e della regista. Per il momento, si può soltanto fare un grosso in bocca al lupo alla compagnia, sperando comprenda che il proprio potenziale è ben superiore.

 

[18-01-2014]

 
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