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Il soporifero sproloquio del parroco avvinazzato

Il Teatro Argentina propone il monologo “Casa d’altri”

di Luca Siliquini

Prendiamo la classica domenica pomeriggio in casa. In una tipica casa italiana. In un periodo come questo, magari. È inverno, fa freddo, fuori piove. Sono le 14:30 circa, e si è reduci dal classico pranzo che sfamerebbe un battaglione. Poggiati sul divano, dominati dall’inerzia, non si è neanche in grado di pigiare i tasti del telecomando. Un occhio è già abbassato, l’altro si chiuderà magicamente entro pochi secondi. Il telecomando diventa quasi molle, liquido, finché non si accascia anch’esso sul cuscino del divano. Partiti. L’inesorabile – e irresistibile, anche – momento della “pennichella”. Le tensioni di una settimana si sciolgono in quella mezz’oretta di pace e abbandono in cui sembra di essere stati drogati. È un processo senza ritorno. Accade e basta. E quando ci si risveglia, si vorrebbe ripartire da capo. Pennichella dopo pennichella, un ciclo continuo. Tanto, di domenica pomeriggio a quell’ora, di alternative migliori non ce ne sono. In poche parole, ecco spiegato l’effetto che questo adattamento produce sullo spettatore.

Casa d’altri, testo di Silvio D’Arzo riproposto dal Teatro Argentina in forma di monologo, racconta la storia di un parroco di montagna che confessa la propria singolare vicenda. In un’osteria, alle prese con ingenti quantitativi di vino, il protagonista narra dell’incontro tra lui e una donna, Zelinda, che – udite, udite – non solo è fermamente intenzionata a suicidarsi, ma addirittura gli chiede il consenso. Una sorta di passepartout per i cieli. La giustificazione della donna è semplice. Sono stanca di una vita vuota e abulica, quindi Dio mi capirà. Il prete, naturalmente per questioni di morale cattolica, non può che negare il consenso a una simile decisione, ma allo stesso tempo è contrastato. Comprende la disperazione di Zelinda, e dentro di sé ritiene il gesto meno atroce di quello che sembri. Inizia allora l’infinita lotta esistenziale. L’uomo di chiesa si scontra con l’essere umano, in un’intima tenzone che accompagnerà il protagonista per il resto dei suoi anni. A fare da sfondo alla vicenda, le colline e le torbiere dell’Emilia. Il nostro, armato di bottiglia e bicchiere, si lancia in un accorata ricostruzione dei fatti davanti a qualche avventore svogliato. Episodi che accadono con ottima probabilità, in luoghi dove si vendono parecchie bevande alcoliche a poco prezzo. Il prete parla e beve, e beve e parla, e di nuovo parla e beve. Il problema è che non arriva niente. Il messaggio del testo dovrebbe infatti essere: “A volte la vita ti costringe a prendere decisioni che nemmeno immagineresti di poter pensare”. La dura realtà della crisi esistenziale. Argomento estremamente delicato, e che può essere affrontato da più angolazioni. Purché, almeno da una di queste angolazioni, emerga un punto di vista chiaro. Uno spunto di riflessione comprensibile. In questo caso, calma piatta. Il prete parla, beve, racconta, farfuglia in stato di ebbrezza, ma in concreto pare proprio non dica nulla di illuminante o particolarmente intelligente. Narra una storia, ecco tutto. Quello che potrebbe fare chiunque in un bar o in un pub. Il dolce delirio provocato dall’alcol. Tutti ascoltano, assecondano, poi tornano a casa. Fine.

Ora, intendiamoci, a mancare di bravura non è il protagonista Antonio Piovanelli, che regge il palco in maniera egregia per un’ora abbondante – non poco, visto che si tratta di un monologo –. Piovanelli è molto ben calato nella parte, è decisamente un attore con la A maiuscola. La questione sta nell’afferrare il senso ultimo della sceneggiatura, comprendere le intenzioni del testo. Che purtroppo faticano a trasparire. La donna vuole suicidarsi perché la sua vita non ha più senso. Bene, ma perché la sua vita non ha più senso? “Ai posteri l’ardua sentenza”, scriveva Manzoni. Il perché dell’atto estremo risulta infatti ignoto. Sembrerebbe per solitudine, ma non ci si può mettere la mano sul fuoco. Il discorso è sempre lo stesso. Il messaggio è nebuloso. Fin troppo. L’arte di Piovanelli e l’efficace regia di Giuseppe Bertolucci fanno il possibile e anche di più. Ma non basta. Il monologo suona poco efficace, di scarso impatto. Non è toccante, non riesce a emozionare in alcun modo. Peccato. È solo una storia tra le tante. Un delirio da osteria.

[14-01-2014]

 
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