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Dalla carpa cantante all’omino del detersivo, i memorabilia che raccontano il mondo

Fulvio Abbate e il suo “Teatro degli Oggetti”

di Luca Siliquini

Un palcoscenico può fornire migliaia di spunti. Tutto dipende dalla fantasia di chi lo calca. Sul palco qualsiasi cosa riesce a parlare, ad avere voce. In questo risiede la magia più autentica del teatro. Nella sua assoluta capacità di espressione. L’oggetto apparentemente più banale del mondo – un posacenere, un biglietto da visita o una bandiera – prende vita quasi per miracolo, e racconta una storia che è di tutti. Una storia a cui di norma non si presterebbe attenzione, perché l’ordinarietà del mondo, come è noto, non lascia troppo spazio alla poesia. Almeno di questi tempi. Ma attenzione: non bisogna confondere questa “soggettività degli oggetti” con qualche sorta di manierismo barocco (vedi Giovan Battista Marino). In questo caso di sterile e artefatto c’è ben poco. Certi oggetti, se solo potessero parlare –  e il modo di farli parlare c’è, questo è assodato –, ci direbbero talmente tante cose del nostro passato da ricostruire una “memoria storica individuale” a dir poco impressionante. Basta prestare un po’ più di attenzione a ciò che usualmente abbiamo intorno e che per forza di cose diamo per scontato.

Per  fortuna, a questo mondo, qualcuno con un buon estro esiste ancora. Qualcuno che riesce a vedere la realtà non solo per quella che sembra, ma in tutte le sue sfumature sensibili. È il caso dello scrittore palermitano Fulvio Abbate, che da anni porta in scena il suo Teatro degli Oggetti, spettacolo itinerante originale, ironico e di forte dinamisno. Cos’è il “Teatro degli Oggetti” è stato già anticipato, ma è sempre bene specificare. Il “Teatro degli Oggetti” è uno spazio scenico in cui gli attori  sono le cose, senza un testo drammaturgico di riferimento. Le cose nella loro suggestione immediata, nel momento in cui il mattatore Abbate le racconta, richiamando alla memoria comune fatti, episodi, aneddoti. Gli oggetti offerti all’attenzione del pubblico dal narratore, commentati in una sequenza che, per accumulazione, crea una sorta di romanzo visivo delle cose. Non c’è necessariamente bisogno di un filo logico. Il filo logico è l’insieme degli oggetti che, uno dopo l’altro, creano una sorta di “flusso di coscienza” curioso e piacevolissimo. A farla da padrone nello spettacolo di Abbate, infatte, sono le vere e proprie “chicche da collezionista” – a dirla tutta, il feticismo collezionistico di Abbate rasenta quasi la follia, in alcuni momenti –. Abbiamo dunque il gioco da tavolo che Groucho Marx realizzò per il canale televisivo NBC negli anni Cinquanta, l’omino del detersivo che fumava miracolosamente le sue sigarette, l’ippodromo meccanico con i suoi cavalli di bachelite, l’immagine votiva della santa dei poveri del Perù che rende invisibili i ladri, il gagliardetto del Rotary Club di Hiroshima, la banconota emessa dagli anarchici spagnoli nel 1936, il temperamatite a forma di John Fitzgerald Kennedy, e tanto altro ancora. La storia negli oggetti. Gli oggetti che diventano teatro. Quindi il teatro che racconta la storia. Di ognuno di noi. Il “Teatro degli Oggetti” è un’idea estremamente originale e soprattutto molto ben realizzata. E fondamentale sul palco è anche la presenza di Désirée Infascelli, che accompagna gli interventi di Abbate alla fisarmonica. Da vedere alla prima occasione possibile.

Per info:

https://www.facebook.com/fulvioabbate01?fref=ts

http://www.teledurruti.it/

[29-11-2013]

 
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