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Morale e lotte di potere, tutto passa per la menzogna (e lì resta)

Al Teatro Argentina, Gabriele Lavia porta in scena “I pilastri della società” di Ibsen

di Luca Siliquini

«Se si venisse a sapere la verità, tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi». Un’affermazione di tale peso, pronunciata da un uomo ricco e potente, e in apparenza specchiato e incorruttibile, fa a dir poco riflettere. Soprattutto se quest’uomo ha fatto la propria fortuna in un Paese stretto nella morsa dell’ipocrisia, del falso perbenismo, che reprime e aborre i principi di moralità e onestà intellettuale.  La corruzione politica e sociale, imperanti, indossano la maschera del rigore – del progresso, addirittura –, a scapito di verità e libertà. In uno scenario simile, non c’è posto per l’individuo. C’è posto soltanto per una collettività vile e artefatta, che non si pone domande perché è convinta di conoscere già tutte le risposte. Un gregge docile che segue un pastore che li porterà al baratro. Ma con molta rettitudine. Messa in questi termini, sembra una situazione decisamente analoga a quella dell’Italia odierna. Eppure, l’opera di cui si sta parlando è stata scritta in Norvegia, da un autore norvegese, nel 1877. La prova provata di quanto Ibsen, al tempo, non si rivolgesse soltanto al proprio Paese, ma a un mondo in fase di veloci e importanti cambiamenti. Un mondo pronto ad affrontare il nuovo secolo con le armi giuste in pugno: indifferenza, falsità, egoismo. Le nuove fondamenta delle società. A cui è bene adeguarsi, se non si vuole rimanere schiacciati o essere considerati a tutti gli effetti degli outsiders. L’individuo che ascolta la propria natura è infatti un individuo bordeline, un uomo ai margini. Un essere umano solo, deriso e scansato da tutti.

La morale de I pilastri della società di Henrik Ibsen è chiara e perfettamente riassumibile nella già citata frase pronunciata dal protagonista, il console Bernick. «Se si venisse a sapere la verità, tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi». Prigioniero di un passato con cui prima o poi dovrà fare i conti – impossibile sfuggire alla verità –, il console Bernick è costretto a mettere in discussione la propria credibilità, il ruolo sociale che ricopre e soprattutto il successo personale per confessare colpe pubbliche e private. Ben lungi dall’essere un “pilastro morale della società”, Bernick vive da più di quindici anni una vita di inganni e sotterfugi. È un uomo sleale, viscido, amorale fino allo spasimo. E grazie a queste doti, è diventato, usando le sue stesse parole, «importante, influente e ricco». Ma Bernick custodisce un segreto, forse il più compromettente della sua esistenza corrotta: anni addietro ha sedotto e abbandonato una giovane attrice che per il dolore ne è morta, e ha lasciato ricadere la colpa sul fratello minore di sua moglie Betty, Johan Tonnesen, emigrato subito dopo in America con la sorellastra Lona. Nel gretto ambiente borghese in cui vive, il console viene tuttavia ritenuto un uomo onesto e rispettabile.  Almeno fino al rientro in patria di Johan e Lona, momento in cui Bernick verrà messo con le spalle al muro e obbligato a confessare le malefatte della sua vita passata. Spinto proprio da Lona, forse l’unica donna che lo abbia amato e che egli stesso abbia mai amato, il console riesce finalmente a liberarsi del proprio peso, riscattando dal tormento e la lunga parentesi in cui è vissuto. Nella sua rinnovata sete di verità, Bernick esalta il ruolo purificatore dell’onestà e della fedeltà del  singolo contro una società codarda e qualunquista, vittima di pregiudizi e disuguaglianze sociali e culturali. Ma il pentimento avverrà davvero e del tutto? Può redimersi una volta per tutte un uomo abituato da sempre alla menzogna? E può di conseguenza quest’uomo diventare un “altro” modello per la società? Un modello autentico per la società? Queste le domande che l’opera lascia sospese alla riflessione.

«Su cosa fonda una società di uomini? Questa è la domanda che pone il testo di Ibsen. I fondamenti sono due: la libertà e la verità. Non può esserci libertà senza verità, perché chi mente è schiavo della propria menzogna – il commento di Gabriele Lavia, protagonista e regista del riadattamento –. Del trinomio rivoluzionario francese ‘Liberté, Egalité, Fraternité’ è rimasta solo la libertà. Cui si aggiunge la verità. Solo la libertà di ‘essere’ è il dovere fondamentale che fa essere ‘liberamente’ veri. Libertà e verità congiunte nello stesso concetto. Nessuna verità senza libertà. Nessuna libertà senza verità. Libertà lo stesso della verità». Non semplice mettere in scena un’opera tanto complessa nel tema e nei contenuti. Ma Lavia, grazie alla sua decennale esperienza di uomo di teatro, riesce magistralmente nell’intento, riuscendo a sviscerare la poetica di Ibsen in maniera tanto forte quanto diretta. La sua interpretazione del console Bernick è memorabile, assolutamente completa e tridimensionale. In più, è evidente quanto Lavia riesca a tenere coesa una compagnia  –  formidabile  –  di diciannove elementi che, mossi dal carisma di un grande leader, gestiscono il palcoscenico con impeccabile naturalezza. Questo riadattamento de I pilastri della società sembra infatti un’opera “nuova”, contemporanea. Scritta e realizzata soltanto pochi mesi fa. Nonostante siano passati quasi 150 anni. Senza dubbio il merito principale di tanta magia va alla contemporaneità stessa del testo e alla succitata lungimiranza di un maestro come Ibsen. Ciononostante, ed è essenziale ribadirlo, riproporre in maniera tanto efficace un dramma che come pochi mette a nudo i tormenti dell’uomo in una società che flagella la natura individuale è impresa tutt’altro che scontata. E questo valeva tanto per la Norvegia del 1877 quanto per l’Occidente di oggi. Il consiglio è dunque di assistere a quest’opera meravigliosa esattamente come se si trattasse di una rappresentazione inedita. È l’unica maniera per riflettere con coscienza sul senso ultimo della stessa.

Per info:

Teatro Argentina

20 novembre | 22 dicembre 2013

Largo di Torre Argentina, 52, 00186 Roma


Teatro di Roma – Fondazione Teatro della Pergola – Teatro Stabile di Torino

 I PILASTRI DELLA SOCIETÀ

di Henrik Ibsen

regia Gabriele Lavia

traduzione Franco Perrelli

con Gabriele Lavia (il console Karsten Bernick),

Giorgia Salari (la signora Betty Bernick), Ludovica Apollonj Ghetti (Olaf), Viola Graziosi (la signorina Marta Bernick), Graziano Piazza (Johan Tønnesen), Federica Di Martino (la signorina Lona Hessel), Mario Pietramala (Hilmar Tønnesen), Andrea Macaluso (il professor Rørlund), Mauro Mandolini (il grossista Rummel), Alessandro Baldinotti (il mercante Vigeland), Massimiliano Aceti (il mercante Sandstad), Camilla Semino Favro (Dina Dorf), Michele Demaria (il segretario Krap), Carlo Sciaccaluga  (il capocantiere Aune), Clelia Piscitello (la signora Rummel), Giovanna Guida (la signora Holt), Giulia Gallone (la signora Lynge), Rosy Bonfiglio (la signorina Rummel).

scene Alessandro Camera - costumi Andrea Viotti - musiche Giordano Corapi - luci Giovanni Santolamazza


INFO BIGLIETTERIA

Ufficio promozione Teatro di Roma:  tel. 06.684.000.346 - Fax 06.684000.360 -  www.teatrodiroma.net

Biglietteria Teatro Argentina:  tel.06.684.000.311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo)

Orari spettacolo:  martedì, mercoledì e venerdì ore 21 I giovedì e domenica ore 17 I sabato ore 19

Durata spettacolo:  I tempo (1h 30’) - intervallo (20') - II tempo (1h 30’)

[21-11-2013]

 
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