Giornale di informazione di Roma - Domenica 25 settembre 2016
 
Seguici sui social:

 
 
 
 
 
Teatro Roma
 
» Prima Pagina » Cultura Roma » Teatro Roma
 
 

Bulli e papi, un successo lungo cinquant’anni

Il musical “Rugantino” festeggia mezzo secolo di successi al Teatro Sistina. E a giugno 2014, tappa a Broadway

di Luca Siliquini

Spiegare Roma, e soprattutto la sua cultura popolare, senza fare accenno al fenomeno dei cosiddetti “bulli” è praticamente impossibile. Il bullo è stato per secoli la figura più caratteristica di una città sì dal fascino eterno, ma anche piena di contraddizioni. Una figura ormai quasi leggendaria, che merita di essere analizzata più da vicino. Il bullo altro non è che la versione “rinnovata” dell’antico sgherro romano, il popolano tronfio, svelto di coltello e senza dubbio molto teatrale nel recitare il proprio ruolo nella “Commedia – o Tragedia, a seconda dei punti di vista  –  della Vita”. Nasce nei rioni storici della capitale, in primis Trastevere, più o meno nella seconda metà del XVII° secolo (vedi Meo Patacca, una delle macchiette più note della tradizione capitolina), ma è nell’Ottocento che si impone definitivamente. La Roma dei Papi del XIX° secolo non è una città semplice da gestire. I fatti di sangue, in particolar modo nei già citati rioni (Testaccio, Trastevere, Regola, Monti, Parione, Ponte e San Lorenzo) sono all’ordine del giorno, e la pratica dei duelli è estremamente diffusa. Ricorrere al coltello,anche per la ragione più futile, è del tutto normale. Di più, è un atto di coraggio. Specialmente se si tratta di dover difendere il proprio onore o quello dei più deboli proprio rione, appunto. Da questo punto di vista, infatti, il bullo è una sorta di giustiziere, in una città dove la giustizia tende a scarseggiare (anche qui, si vedano personaggi, realmente esistiti, come Romeo Ottaviani). Il bullo è spavaldo,egocentrico, agisce per affermare sé stesso e basta. Mai a scopo di lucro. Sarebbe disonorevole. È insieme irritante e affascinante, si accende per un niente, prima tira fuori la “lama” e poi fa domande. Ma allo stesso tempo è decisamente fanfarone, e spesso si vanta anche di fatti che non ha mai commesso. A Roma, in maniera particolare al tempo, i popolani erano più o meno tutti bulli. Vuoi per imprinting, vuoi per necessità, vuoi perché il vero romano è sempre stato fin troppo territoriale. Io, la mia città, ma soprattutto il mio quartiere. Giusto per ribadire, non esiste Roma senza bulli  – bulli sempre inteso nell’accezione “storica” del termine –.

Al bullo si contrappone poi l’antibullo, ossia quel genere di personaggio che del bullo “autentico” ha assorbito soltanto le caratteristiche più frivole (in questo caso, ci si documenti sul significato di “paìno”). L’antibullo è vile, grida ai quattro venti di aver commesso imprese stupefacenti – chiaramente inventate di sana pianta –, è il primo a provocare e subito dopo a scappare. Ecco, letterariamente parlando, l’antibullo per antonomasia, a Roma, non può che essere Rugantino. Il protagonista del noto musical di Garinei e Giovannini è infatti un giovane spaccone, sfrontato solo in apparenza, sempre ben vestito ma sempre senza lavoro. E senza alcuna intenzione di trovarsene uno. Vive alla giornata, di espedienti e piccole truffe. Non cerca guai – è fondamentalmente buono, e anche un po’ ingenuo – e, più importante di tutto, non vuole preoccupazioni. Chi conosce bene Rugantino (ora si entra nel vivo della trama) è Mastro Titta, proprietario di un’osteria, ma soprattutto boia al servizio dello Stato Pontificio. Mastro Titta conosce Rugantino da sempre e, sebbene quest’ultimo gliene abbia combinate di tutti i colori, gli vuole bene. Sa che in fondo è un bravo ragazzo e che è solo al mondo. Rugantino ha anche una fida alleata, Eusebia, con la quale architetta le truffe di cui sopra e che addirittura spaccia per sua sorella. Fin qui tutto bene, potremmo dire, se non fosse per l’innata abilità del nostro nel cacciarsi nei guai. Sempre per questioni di fanfaronaggine. Durante un’allegra conversazione con gli amici dell’osteria, Rugantino scommette infatti che entro la “Sera dei Lanternoni” (così veniva chiamato all’epoca il Martedì Grasso) riuscirà a conquistare Rosetta, la donna più bella del rione, moglie del feroce e gelosissimo Gnecco Er Matriciano (un bullo autentico, stavolta). Tra varie peripezie, il nostro riesce nell’impresa, ma qualcosa ostacola il percorso: i due si innamorano l’uno dell’altra. Durante la Sera dei Lanternoni, Rugantino decide allora di confessare a Rosetta la verità, promettendo alla sua amata quel silenzio che avrebbe comportato la perdita della scommessa e di conseguenza l’umiliazione da parte degli amici. Ma che gusto c’è a riuscire in un’azione dove tutta Roma ha fallito senza poterlo raccontare? Alla fine Rugantino cede, e si lascia scappare tutto pubblicamente. Con Rosetta che per sbaglio è dietro di lui e ascolta, delusa e irata, la sua “confessione”. A questo punto la farsa si trasforma in tragedia. Rosetta si barrica in casa mentre Rugantino tenta di scusarsi – a suo modo – alla finestra. Finché non si presenta una prostituta (che poi prostituta non è), vecchia conoscenza del nostro, e lo invita ad appartarsi con lei. Nello stesso momento Gnecco, esiliato da Roma per un “delitto di coltello” (l’omicidio di uno spasimante sorpreso a cantare a Rosetta una serenata), decide in incognito di far visita a sua moglie. E trova sotto la finestra un amico dell’assassinato, deciso a vendicarsi – la pericolosità delle serenate nella Roma del 1830 –. Gnecco rimane cadavere, con il coltello ancora infilato nello stomaco. Ed è così che Rugantino lo trova, qualche istante dopo, passando nuovamente sotto casa di Rosetta. Il nostro si avvicina e sfila “la lama” dalla pancia di Gnecco, mentre il luogo del delitto si riempie di testimoni. È la grande occasione. Rugantino afferma di aver ucciso lui Gnecco, per amore di Rosetta. E così, conquista finalmente il rispetto di tutti. A cominciare dalla sua amata, che dalla finestra  – in questo caso di una cella di Regina Coeli – gli giura che sarà la sua donna per sempre. Un sempre che dura ben poco, nei fatti, dal momento che dopo qualche ora Rugantino morirà per mano della ghigliottina di Mastro Titta.

Ironia, pathos e tanta tanta genuina romanità vengono ora riproposti al teatro Sistina (un successo incredibile alla prima dello scorso 14 novembre), con un cast tutto nuovo e un Enrico Brignano per la seconda volta nei panni del nostro scanzonato antibullo. E stavolta l’occasione è speciale: “Rugantino” compie infatti cinquant’anni. O, per meglio dire, quasi cinquant’uno, dal momento che la prima edizione andò in scena per la prima volta, sempre al Sistina, il 15 dicembre del 1962. Il protagonista,al tempo, era Nino Manfredi, e c’è poco da aggiungere. Ma attenzione. Brignano non ha nulla da invidiare alle vecchie glorie che hanno reso tanto celebre nel mondo il musical. Al contrario. Il personaggio di Rugantino sembra fatto apposta per lui. A tal punto che in alcuni momenti, se non fosse perché si è coscienti di trovarsi alla vista di un palcoscenico, ci si dimentica che si sta assistendo a una rappresentazione. La naturalezza con cui Brignano gestisce il personaggio è infatti impressionante. Tanto più perché collaudata. E non da meno sono gli altri protagonisti. Vincenzo Failla, nel ruolo di Mastro Titta, regge alla perfezione il confronto con i precedenti – e storici, ovvio ­– Aldo Fabrizi e Maurizio Mattioli; Serena Rossi, nei panni della bella Rosetta, pare nata e cresciuta a Trastevere. E per una napoletana non deve essere stato semplice. Infine, una grande Paola Tiziana Cruciani – sì, lo spot Lavazza con lo stesso Brignano, proprio lei –, che interpretando Eusebia dimostra per l’ennesima volta di essere una straordinaria attrice di teatro. Ma la bellezza di questa edizione non si limita alla bravura degli attori principali. Basti vedere con quanta dovizia di particolari sono state messe in piedi le scenografie – realizzate con il vecchio sistema delle “polveri”, un’ottima prova di mestiere –; oppure quanto il gruppo di ballo e gli attori non protagonisti interagiscano in maniera puntuale  con il nostro “quartetto-base”. Per non parlare delle musiche, già splendide di per sé, suonate nuovamente dal vivo in occasione dell’anniversario (non accadeva da molto tempo). L’orchestra, diretta dal maestro Maurizio Abeni, sembra invisibile. Ma quando è il momento di “entrare in scena”, da veramente il meglio di sé. Il risultato è notevole e in alcuni punti estremamente toccante – “’Na botta e via” e “Roma nun fa’ la stupida stasera” su tutte –. Per concludere, non assistere a questa edizione sarebbe uno sbaglio serio. Una serata di grande teatro che è necessario concedersi. E si ha a disposizione praticamente tutto l’inverno. Prima dello sbarco della commedia a Broadway, il prossimo giugno 2014.

Per info:

Teatro Sistina

Via Sistina, 129, 00187 Roma

Dal 14 novembre 2013 al 9 febbraio 2014

PREZZI

Da Martedi a Giovedi 
Poltronissima € 71.50

[19-11-2013]

 
Lascia il tuo commento