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Quando il coraggio č ridere dell’amore

La Mirandolina di Goldoni rivive al Quirino con Nancy Brilli

di Luca Siliquini

L’amore e le sue estreme contraddizioni. Tema apparentemente inflazionato, e terreno battuto più o meno da tutti i più grandi artisti e intellettuali della storia. Senza dubbio un tema che si presta con molta “facilità” a riflessioni di ogni sorta. Comunque, un argomento che nel corso di millenni ha ispirato molta letteratura, arte e teatro. C’è chi ha sbeffeggiato l’amore, chi lo ha trattato molto seriamente, chi con assoluto cinismo: le variabili del caso sono infinite. Ma di certo in pochi sono riusciti a darne una visione globale, cogliendo con brillante lucidità tutte le sfumature – dalla più tragica alla più paradossale – del sentimento più forte e complesso concepito dall’animo umano. Alla domanda “si può scherzare dell’amore?”, infatti, in troppi storcerebbero il naso. Del resto, siamo un Paese ancora piuttosto influenzato dalla poesia stilnovista e dal concetto di “donna angelicata”. Difficile abbattere certi muri, reprimere certe credenze. È un’operazione che prevede – senza esagerazioni – una discreta spavalderia. Come a dire che elogiare l’amore somiglia un po’ al fare una comoda passeggiata sul tapis roulant di una metropolitana. Farne dell’ironia è addentrarsi in un terreno costellato di rovi e vipere. Un minimo di coraggio è oltremodo necessario. Soprattutto in epoche di grande cambiamento morale e culturale come il XVIII° secolo.

Ed è proprio in pieno periodo illuminista (1752) che Goldoni scrive La Locandiera, commedia in tre atti scritta ovviamente per divertire, ma che già all’epoca non mancò di accendere feroci dibattiti sugli ideali della nascente piccola borghesia del tempo. Mirandolina, la protagonista, è infatti la proprietaria di una locanda, non un’aristocratica. I suoi punti di forza sono la bellezza, l’astuzia e la vanità. Una donna capace di far cadere qualsiasi uomo ai suoi piedi, anche il più cinico e ostinato. «Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne», recita lei.Conosce fin troppo bene le furbizie dell’amore, e sa come metterle in atto. Finge dunque per soddisfare il proprio egotismo: la sua priorità sono gli interessi personali. Mirandolina vorrebbe avere un cuore, ma è troppo accecata dal mondo reale. Un mondo ancora abitato da uomini, più che da donne. Quindi, un contesto che, armi giuste in pugno, la nostra “eroina moderna” può e deve sfruttare al meglio. Sempre e solo per sé stessa. Mirandolina, per esplicita volontà del padre, dovrebbe andare in sposa a Fabrizio, il suo cameriere, che tra l’altro è perdutamente innamorato di lei. Finché non ne comprende la vera natura. Nel frattempo, tutti gli altri avventori della locanda non sono  da meno. A cominciare dal Marchese di Forlipopoli, anziano nobile decaduto senza più soldi né titolo, e dal Conte di Albafiorita, ex mercante ora aristocratico e ricchissimo, che crede di poter comprare tutto con il denaro. Amore compreso, è chiaro. Mirandolina si crogiola all’idea di essere oggetto di corteggiamento tanto determinato da parte dei due. E come sempre gioca. Finge, da brava maestrante della Commedia dell’Arte – bene ricordare che il personaggio della protagonista altro non è che una trasposizione moderna della carnevalesca Colombina –. Finché, come sempre, non accade l’imprevisto. Alla locanda giunge il Cavaliere di Ripafratta, inguaribile disprezzatore dell’universo femminile. Inizialmente costui disprezza e compatisce l’atteggiamento degli altri due “nobili colleghi” verso la bella locandiera – una popolana, per giunta  –. Consiglia addirittura loro di stare alla larga da donne di quel tipo. Mirandolina comprende da subito la posizione del nuovo arrivato, e prende il tutto come una sfida. Lui più di tutti dovrà cedere alle astuzie di lei. La guerra dei sessi ha dunque inizio. E nel giro di pochissimo tempo, grazie a una serie di calibrati escamotages, il Cavaliere di Ripafratta, sebbene non voglia ammetterlo fino all’ultimo, si ritrova irrimediabilmente innamorato e debole. Ma il gioco è bello quando dura poco, e alla fine gli altarini si scoprono. Così, nel finale, si assiste a un ribaltamento delle parti. Mirandolina da carnefice diventa vittima. Sola e preda del rimorso per la serie di atti poco onorevoli compiuti durante il continuo bearsi della propria capacità di seduzione. « ...e lor signori ancora profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locandiera», la battuta di Mirandolina che chiude l’opera.

Ed ecco allora la morale di Goldoni. Non si può scherzare con l’amore, ma certamente si può fare dell’ironia sull’amore. Soprattutto perché l’amore, spinto a certi livelli, rischia di diventare un sentimento ridicolo, addirittura patetico. Almeno agli occhi del mondo esterno. Una tesi egregiamente messa in scena al teatro Quirino nell’adattamento de La Locandiera proposto dalla compagnia “Società per attori”, per la regia di Giuseppe Marini – che veste anche i panni del Cavaliere di Ripafratta –. L’intelligenza di questa versione sta prima di tutto nell’aver reso la protagonista Mirandolina, interpretata da una bravissima Nancy Brilli, ancor più – se possibile – un’icona contemporanea di intraprendenza femminile. Nel bene e nel male. La locandiera corteggiata da tutti ma senza marito, capace di sentimenti eppure incapace di esternarli, cinica ma fondamentalmente fragile, fiera di non cedere mai, a tal punto da perdere qualsiasi affetto le rimanga intorno, è un ritratto lucido e calzante di una certa categoria di donne che è molto facile incontrare tutti i giorni, oggi, nel mondo reale. Ovviamente non ci si vuol lasciar andare a facili sessismi. Basti invece pensare a quanto è cambiato il ruolo della donna nella società almeno dagli ultimi trent’anni. Ora come ora è un concetto appurato, quasi banale da pronunciare. Nel XVIII° secolo certamente no. Goldoni non soltanto messo in versi i principi rivoluzionari dell’allora vigente Illuminismo – le differenze tra classi sociali che iniziano a cadere, il ruolo preponderante della nascente piccola borghesia, ecc. –. Ha precorso i tempi, forse molto di più di quanto non fosse sua intenzione. Mirandolina è una magnifica creatura dei nostri tempi, trasposta dalla Commedia dell’Arte alla Commedia d’Autore. E questo la compagnia “Società per Attori” lo ha capito alla perfezione. In più, Nancy Brilli, oltre alla suddetta bravura, ha il volto veramente adatto per interpretare un ruolo simile. Aria ingenua e maliziosa allo stesso tempo, sa miscelare con grande guizzo ironia e drammaticità. Un’interpretazione notevole. Come del resto sono da definire brillanti le performances di tutti gli altri attori. In primis il già citato Giuseppe Marini, un Cavaliere di Ripafratta di gran livello. Tridimensionale, alterna momenti di cinismo ad altrettanti di passione con la naturalezza propria di un attore degno di essere chiamato tale. Ultima menzione alle scenografie, curate da Alessandro Chiti. Minimali ma molto efficaci, giocate sul contrasto tra bianco e nero – le pareti della locanda e il poco mobilio –, impreziosiscono la scena senza invadere troppo il palco. Perfettamente bilanciate nello spazio. In sintesi, un riadattamento che merita di essere visto. Nella maniera più assoluta.

Per info:

Teatro Quirino

12 Novembre · 01 Dicembre 2013

SOCIETÁ PER ATTORI
Nancy Brilli

LA LOCANDIERA
di Carlo Goldoni

adattamento Giuseppe Marini
con (in ordine alfabetico) Fabio Bussotti  
Giuseppe Marini  Maximilian Nisi

e con Fabio Fusco  Andrea Paolotti

scene Alessandro Chiti
costumi Nicoletta Ercole

uno spettacolo di Giuseppe Marini

foto di Federico Riva

ORARI SPETTACOLI

  • martedì-sabato ore 20.45
  • giovedì 14, mercoledì 20
    e mercoledì 27 ore 16.45
  • domenica ore 16.45

 

[13-11-2013]

 
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