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L’Arpagone post-punk che poco convince

Al teatro Quirino, Lello Arena alle prese con Molière

di Luca Siliquini

Se un amante del teatro e un “neofita” dovessero incontrarsi, il primo spingerebbe senza dubbio il secondo a seguirlo in platea. Illustrerebbe all’altro le meraviglie di una forma d’arte straordinaria, millenaria, e affascinante più che mai. Farebbe di tutto per convincerlo a godere dell’eterna bellezza dei classici, così come di molte opere contemporanee. Certo di quanto asserisce, l’amante del teatro sarebbe quasi capace di tirare il neofita per le orecchie, pur di persuaderlo. Questo, nella maggior parte dei casi. Sì, perché a volte accade che un classico di riconosciuto valore venga stravolto da un regista o da uno sceneggiatore al mero scopo di essere “attualizzato”. Si inizia dunque a percorrere un terreno minato, e non è detto che anche il più esperto artificiere non cada nella trappola. Ebbene, qui è esplosa ben più di una mina. Ahinoi, si contano parecchi morti e feriti.

Il teatro Quirino propone fino al 27 ottobre il capolavoro di Molière, L’Avaro, con Lello Arena nei panni del taccagno Arpagone, per la regia di Claudio Di Palma. Una versione dell’opera che si potrebbe definire “postmoderna” in tutto, dalla scenografia, alle musiche, ai costumi. Per meglio comprendere cosa si intenda per “postmoderna”, bene entrare nel vivo di questa rilettura facendo qualche esempio concreto. Partiamo allora proprio dalla scenografia. Una grande teca di due piani su cui campeggiano schienali di sedie appartenenti a diversi stili e secoli. A simboleggiare la smania di collezionismo: quindi, in senso lato, l’avidità, l’irrefrenabile desiderio di possesso. Questo almeno è ciò che viene illustrato agli addetti ai lavori. Ma, in termini di fruizione da parte del pubblico, si può ritenere che sia pressoché impossibile percepire il senso ultimo di una simile scelta. Una grande teca e delle sedie. Tutto lì. Molta suggestione, magari, ma risultato poco convincente. La sensazione finale è quella di una scenografia statica e decisamente inefficace. Buona l’intuizione di far entrare e uscire i personaggi dalla teca, questo sì. Però non basta. E non rende giustizia neanche al finale, dove i personaggi interagiscono tra loro immobili e in una sorta di stato di trance mentre viene svelato il mistero sulle origini del valletto Valerio. Una convenzione scenica che svilisce l’ultimo atto della vicenda, piuttosto che impreziosirlo di una trovata “differente”.

E purtroppo non è finita qui. Passiamo ai costumi. Cleante, il figlio di Arpagone innamorato di Mariana, bellissima e indigente popolana promessa sposa ad Arpagone stesso, è un caso di rara cecità verso gli abiti di scena. Molière scrisse L’avaro nel 1668. Questa rilettura vuole essere in chiave del tutto moderna e modernista, elemento già ampiamente sottolineato. Ma vedere un Cleante in completi di pelle e cilindro dandesco, inelegante misto tra una caricatura di Oscar Wilde e Billy Idol, è davvero troppo. A questo punto non si tratta più di osare, ma di trascendere. Volendo azzardare, si potrebbe definire un’opzione quasi intollerabile. C’è poi la figlia di Arpagone, Elisa. La giovane amante del valletto Valerio costretta dal padre a darsi in moglie a un vecchio e cadente nobile. Elisa, parrucca bianco cenere, giarrettiere e completo succinto da bambola di porcellana, somiglia decisamente a una di quelle “angeliche diavolette” tanto care a un certo immaginario gotico-vampiresco. Ci si stupisce di come non le abbiano messo addosso anche borchie e bracciali con punte metalliche. Infine Freccia, il fedele cameriere di Cleante. Pantaloni in similpelle rossastri e cuffia da aviatore dello stesso colore. Più che una rilettura de L’avaro, nel complesso sembra la rivisitazione de I Guerrieri della Notte. Dulcis in fundo, un breve cenno sulle musiche. La differenza tra “Commedia” e “Tragedia”, in linea di massima, è nota a chiunque. Ora, anche se una commedia come quella in questione ha un forte significato morale, il primo scopo dovrà comunque essere far ridere. Intrattenere, meglio. Per cui, accompagnare il corso dell’opera con musiche che sfociano in sostanza nell’Ambient – tappetoni di tastiere prolungati e compagnia bella – equivale più o meno a suonare una tarantella durante un funerale. Quantomeno inappropriato.

Brutto a dirsi, ma le abilità istrioniche di Lello Arena – che a tutti gli effetti tira la commedia per i capelli – e il “tocco partenopeo” che conferisce al personaggio di Arpagone non sono sufficienti. Il miglior capocomico della storia non riuscirebbe mai a saldare i cocci di una compagnia che non gli tiene il passo. Tantomeno riuscirebbe a recuperare con il proprio talento una sceneggiatura sbagliata - naturalmente ci si riferisce a questa rilettura, non a Molière -. L’unico attore che spicca oltre ad Arena (ciò che è giusto è giusto) è l’interprete di Mastro Giacomo, cuoco e cocchiere allo stesso tempo di Arpagone. Per il resto, tutto molto piatto. Anche troppo. Peccato. L’idea voleva essere ambiziosa, e risulta del tutto malriuscita. Forse bisognava osare meno e rendere di più.

Per info:

Teatro Quirino

L’avaro di Molière

15-27 ottobre 2013

ORARI SPETTACOLI

  • martedì-sabato ore 20.45
  • giovedì 17 e mercoledì 23 ore 16.45
  • sabato 26 ore 16.45 e ore 20.45
  • domenica ore 16.45

[18-10-2013]

 
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