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Il dramma dell置omo raccontato nel legno

Il teatro Bunraku sbarca per la prima volta in Italia

di Luca Siliquini

Nel legno c’è vita. Messo così pare scontato, chiunque potrebbe rispondere “certo, e allora?”. Ma provate a immaginare un albero, essere vivente pulsante per natura, che si trasforma in una marionetta. Una marionetta senza fili, però, un’entità resa viva e vibrante grazie all’uomo. Il contributo di più persone che lavorano qualche ramo robusto, lo “imbellettano” e, accesi da una visione a dir poco lungimirante del concetto di arte, ne fanno un personaggio. Un attore, una presenza concreta su un palcoscenico. Allora quel legno prenderà veramente nuova vita. Diventerà un amante disperato, una prostituta, il vostro ex migliore amico e peggior rivale. Oppure un suicida per amore emulato da chissà quante anime. Già. Anima, appunto. A questo deve aver pensato un qualche giapponese alcuni secoli fa, definendo il teatro
 Bunraku. Burattini che rappresentassero i sentimenti dell’uomo, senza l’uso dei fili. Era la fine del XVI° secolo, quando il jōruri (l’antico teatro giapponese delle marionette, utilizzato in genere per raccontare fatti storici o religiosi di particolare rilievo) si fondeva alla parallela tradizione dei narratori erranti. Due affluenti destinati a formare un unico, grande fiume. Quello che avvenne fu una rivoluzione. I burattini avevano finalmente voce, espressione. Umanità. E i narratori potevano contare su un volto. Su una maschera, perlomeno, che desse un valore aggiunto di sacrosanta realtà alle loro storie. Il teatro Bunraku è nato più o meno così. Come una favola. Ma una favola ben lontana dall’immaginazione fine a sé stessa. Qualcosa che raccontava la vita di ognuno, in tutte le sue più tragiche opzioni. Rivoluzione nella rivoluzione, si può azzardare che il Bunraku abbia anticipato il comunismo. Perché, per la prima volta, i suoi protagonisti non erano nobili o guerrieri. Il fondamento di questa forma d’arte era la società. La gente comune, e le sue passioni. Per questo in Giappone esplose immediatamente. Perché era autentico, tutti ci si potevano rispecchiare. Fin troppo, allora come oggi. A tal punto che nel Paese molte opere furono presto proibite. Erano incontrollabili dal potere.

Per secoli il teatro Bunraku è stato esportato in quasi tutto il mondo. Ma per l’Italia questo genere è una novità pressoché assoluta. Qui abbiamo tradizioni altrettanto ammirevoli, non c’è dubbio. Basti pensare ai ”pupi”, o al “Pinocchio” di Collodi. La storia di un tronco d’albero che diventa un essere umano. Non è poi tanto diverso dalle marionette giapponesi di cui stiamo parlando. Quasi a dire che tutto il mondo è paese. E in molti casi è la verità. Doppio suicidio d’Amore a Sonezaki è una delle opere più importanti e significative del Bunraku. Debuttò nel 1703 – ma è incredibile quanto sia attuale ancora oggi –  prendendo spunto da una fatto di cronaca. Il drammaturgo Chikamazu Monzaemon, circa un mese prima, venne a sapere appunto del suicidio di una coppia di giovani amanti a Osaka. I due, non potendosi sposare e dovendo difendere il proprio onore, infangato da eventi più grandi di loro, decidono di togliersi la vita. L’amore eterno, ultraterreno, prevale su quello ostacolato e impossibile di questa Terra. Un fatto estremo ma reale. Che a ogni modo urlava di essere raccontato. La tragedia ottenne un clamoroso successo di pubblico. Clamoroso e pericoloso. A distanza di poco tempo, in Giappone si verificò un tasso di suicidi amorosi mai visto prima. Le basi del dramma contemporaneo erano state gettate. Ma l’impero doveva frenare quest’eccesso di passione. La messa in scena dell’opera fu quindi proibita per più di un secolo. Nel frattempo la popolarità del Bunraku cresceva a dismisura. Le scuole di teatro nascevano una dopo l’altra, coltivando un numero impressionante di manovratori, sceneggiatori, narratori e musicisti (le opere del Bunraku vengono sempre accompagnate dallo shamisen, strumento tipico giapponese simile a una mandola). Cambiavano le dimensioni delle marionette, più grandi per essere visibili a un pubblico sempre più vasto, e soprattutto le tecniche di azionamento delle stesse,sempre più complesse. Si passa infatti da un unico manovratore per personaggio ad almeno tre. Fino a cinque, in casi eccezionali. Il risultato è stupefacente: basta vedere come questi “pupi senza fili” interagiscono con gli oggetti di scena. A questo punto, nell’Ottocento per l’esattezza, il genere raggiungeva a tutti gli effetti la dignità e la compiutezza dell’opera teatrale classica. Tant’è che nel 2003 l’UNESCO ha riconosciuto il Bunraku “Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità”.

La tragedia Doppio suicidio d’Amore a Sonezaki viene oggi riproposta dal regista Sugimoto Hiroshi, attualizzata ma ancora intrisa di un fascino sacrale e senza tempo. Il tour europeo ha toccato di recente Madrid (Teatro Español) e Roma (Teatro Agentina, gli scorsi 4 e 5 ottobre), e sta per fare tappa a Parigi fra quattro giorni. Il successo di pubblico e critica è straordinario. «Dobbiamo guardare al passato. L’arte contemporanea sembra ossessionata dalla ricerca di novità   – afferma Hiroshi  –. Tanto che ne siamo quasi annoiati. Credo che la novità sia trovare l’origine di ciò che è veramente nuovo nel passato. Per questo motivo proprio un artista contemporaneo come me, ha voluto volgere di nuovo lo sguardo verso una tradizione antica». Uno sguardo a un passato molto più “presente” di ciò che non sembri. Il regista ne è decisamente convinto. «Nel XVIII° secolo (il Bunraku) era considerata un’arte contemporanea: mi sembra interessante cercare di riprovocare quella contemporanea nel XXI° secolo». Una provocazione di successo, assolutamente. In particolar modo nel nostro Paese, “vergine” a un genere di teatro del tutto differente agli standard ai quali si è abituati. «È un grande onore poter portare questa mia produzione in Italia per la prima volta – commenta sempre Hiroshi –. L’unica apprensione è il tema del suicidio d’amore. Un uomo e una donna che si tolgono la vita per amore, in una Paese cattolico». Già. Impresa delicata, quantomeno. «La vita è un dono del Signore e noi non ne possiamo disporre a nostro piacimento. Il suicidio è dunque proibito: questo insegna la religione cristiana. In Giappone, l’aldilà è uno dei grandi temi della religione: dopo la morte si raggiunge Jõdo, la “Terra Pura”,corrispondente al paradiso. Si deve riflettere su cosa fare per esservi accolti. Un uomo e una donna si amano di un amore sincero ma quest’amore non può realizzarsi – conclude il regista –, spesso a causa di differenze sociali. Allora gli amanti si uccidono e nella morte la profondità del loro sentimento è riconosciuta dal Buddha Amida, che li accoglie nel paradiso. Questo è il pensiero del buddhismo giapponese della “Terra Pura”. È un’idea di amore diversa da quella cattolica o cristiana, e proprio per questo mi sembra interessante proporla».

[06-10-2013]

 
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