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Viaggio nel rugby: seconda parte

Forse troppe squadre, di sicuro poco pubblico: le prospettive per il campionato d’Eccellenza

Diciamo la verità: il livello del campionato d’Eccellenza non è elevato. Siamo distanti anni luce da paesi come la Francia e l’Inghilterra. I risultati in campo internazionale delle nostre squadre ne sono una prova: sconfitte quasi sempre molto larghe. Di idee per invertire la tendenza ce ne sono. Andrea Moretti, allenatore del Petrarca Padova, a inizio marzo su Onrugby.it ne indicava qualcuna: ad esempio portare a otto, massimo dieci le squadre che disputano il campionato. Non un’idea isolata, la sua: molti sono convinti che in questo modo si alzerebbe il livello generale della competizione. Questo favorirebbe lo spettacolo e aumenterebbe l’interesse intorno al campionato. Ma Moretti andava oltre: congelare promozioni e retrocessioni per due o tre anni, con l’obiettivo di consentire ai club di avere più tempo e più tranquillità per poter ragionare sul futuro. Fattibile? Chissà. Lo stesso Moretti si pone il problema regolamentare. Ma una certezza l’allenatore del Padova ce l’ha: da quando c’è la Celtic League, il campionato d’Eccellenza ha perso competitività. L’obiettivo invece dovrebbe essere quello di sfornare giovani talenti e prepararli a giocare su palcoscenici importanti.

All’estero la storia è diversa. L’abbiamo detto ma ripeterlo non fa male. La differenza più evidente è la gente sugli spalti. Il numero di spettatori che ha assistito alla finale del campionato francese è cresciuto costantemente negli ultimi anni arrivando a toccare cifre che qui da noi hanno un sapore ‘calcistico’: la finale tra Stade Toulousain e Tolone, lo scorso giugno, ha richiamato allo Stade de France oltre 79mila spettatori. La scorsa primavera a Wembley, in Inghilterra, sugli spalti c’erano oltre 83mila persone. Tutte lì per assistere al match tra London Saracens e London Harlequin. Partita che tra l’altro era trasmetta in televisione.


Le cifre da noi sono davvero molto diverse. Onrugby.it a fine dicembre 2012 li ha messi nero su bianco: “I numeri dell’Eccellenza 2012/2013 dicono che nelle 48 partite finora giocate, il pubblico totale è stato di 28.550 unità. La media è di 714 tifosi a gara”. Il Petrarca Padova registra l’affluenza media più alta: circa 1500 spettatori a partita. Viadana sui 1300. Rovigo si tiene sopra quota mille. I Crociati chiudono la fila con circa 250 spettatori a partita. Il Rugby Reggio comunica un’affluenza media sui 400-500 spettatori, senza grossi cambiamenti rispetto agli anni precedenti. In sostanza gli appassionati seguono la squadra a prescindere dalla categoria nella quale gioca. Un aspetto positivo, questo, ma anche negativo. Se una squadra che approda al massimo campionato italiano non fa registrare un aumento del pubblico, allora il segnale è chiaro: il rugby d’Eccellenza non attira. E di conseguenza le entrate legate allo stadio contribuiscono quasi zero al bilancio delle società. Incassi limitati, ammette il Rugby Reggio. Il 5% del bilancio, calcola Viadana, dove entrano 60mila euro l’anno tra biglietteria e abbonamenti.


Alfredo Gavazzi, presidente della Federazione Italiana Rugby, questo problema l’ha segnato in rosso sull’agenda delle cose da risolvere. E ha ragione: pubblico significa sponsor, sponsor significa soldi. Il Rugby Reggio considera positivo il lavoro svolto finora dalla Fir, soprattutto sul fronte della promozione della palla ovale. Il secondo campo in sintetico della società emiliana è stato realizzato con la partecipazione economica della Federazione, oltre che del comune di Reggio Emilia. Insomma la presenza dei vertici federali si tocca con mano. Viadana è più severa nei confronti della Fir. La guerra a colpi di comunicati stampa che va avanti da mesi non ha di sicuro giovato alla serenità dei rapporti. Ma al di là di questo, la società lombarda ammette che rispetto alla vecchia presidenza, qualcosa con Gavazzi è cambiato. In positivo. Negli ultimi anni, lamenta Viadana, la Federugby si è occupata soltanto della nazionale maggiore. A farne le spese sono stati i club dell’Eccellenza, abbandonati a sé stessi e messi nell’impossibilità di produrre giovani da lanciare, che poi è il vero scopo della categoria. Serve un progetto di crescita, serve un rilancio del campionato, occorre una sinergia tra i club di vertice e le accademie, serve una strategia di marketing che porti pubblico, sponsor e televisioni. I modelli da seguire sono quelli inglesi e francesi. Le basi ci sono, dicono a Viadana: i 60mila che seguono ogni match della nazionale allo Stadio Olimpico dimostrano in effetti che in Italia il rugby piace. Ma c’è spazio per fare ancora meglio. È ora che anche il campionato d’Eccellenza sia messo nelle condizioni di fare la sua parte.

Antonio Scafati

[15-03-2013]

 
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