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Viaggio nel rugby: prima parte

Budget, stipendi e sponsor: un paragone (impietoso) tra il rugby europeo e quello di casa nostra

Un altro 6 Nazioni sta per andare in archivio. Manca solo l’appuntamento con l’Irlanda, sabato prossimo. Una vittoria con la Francia e tre sconfitte contro Scozia, Galles e Inghilterra. Tutte diverse l’una dall’altra. Sensazioni contrastanti ma pensar positivo non è peccato: il rugby italiano continua a crescere. Al futuro si può guardare con ottimismo. Almeno se ci limitiamo al rugby azzurro. Se invece parliamo del campionato d’Eccellenza, allora c’è meno da essere allegri: scarso pubblico, livello di gioco non esaltante, sponsor che latitano, bilanci negativi, giovani talenti che difficilmente riescono a farsi le ossa in vista di un salto di categoria. Il rugby azzurro e quello del massimo campionato nazionale sono distanti anni luce. All’estero non è così. In Inghilterra e Francia i campionati nazionali attraggono pubblico e sponsor. Producono giocatori e generano incassi. Per cominciare a raccontare cosa succede oltre confine si può partire da Jonathan Sexton, giovane mediano di apertura della nazionale irlandese. 

 

Classe 1985, il ragazzo vanta già oltre venticinque presenze con la maglia del suo paese. Il futuro è suo. A fine stagione lascerà il Leinster: i prossimi due anni li passerà in Francia, nel Racing Metro. La trattativa è andata avanti a lungo e, come ha rivelato l’Equipe, alla fine si è conclusa con un accordo da 600mila euro. Insomma, tanti soldi. E gli unici che in questo momento possono offrire cifre simili sono i francesi. Come scriveva a fine gennaio l’IrishTime, budget e salari in Francia sono praticamente triplicati negli ultimi dieci anni. Uno stipendio medio si aggira sui 10mila euro. Al mese. Altrove le cifre sono diverse. In Aviva Premiership, il massimo campionato inglese, uno stipendio di fascia alta viaggia sui 300mila euro. Rari i casi in cui si va oltre. La ‘terra promessa’ del rugby oggi è la Francia e di certo le regole aiutano. Per la stagione 2012-2013, ad esempio, i transalpini hanno fissato a 9,5 milioni di euro il salary cap. In Inghilterra l’asticella si ferma poco sopra i cinque milioni. Una squadra come il Viadana, in testa al campionato d’Eccellenza, paga complessivamente 500mila euro di stipendi, il 40% del budget di cui dispone. Cifre che fanno riflettere.

Il budget dello Stade Toulousain per questa stagione si aggira sui 35 milioni di euro. Il club più ricco. Ma definire gli altri poveri è impossibile: sempre l’IrishTime riportava per il Racing Metro un budget superiore ai 20 milioni di euro. Più su stanno Clermont e Stade Français. Il fatto è che il sistema francese funziona: ci sono gli sponsor, ci sono le televisioni, c’è il pubblico. E stanno arrivano anche personaggi con le tasche piene e la voglia di investire nel pallone ovale anziché in quello rotondo. Come Jacky Lorenzetti, ricco uomo d’affari francese e presidente del Racing Metro. O come Mohed Altrad, presidente del Montpellier. 


In Italia è un altro mondo. Le squadre dell’Eccellenza per restare a galla spesso hanno bisogno del contributo che arriva dalla Federazione. Il presidente del Rugby Rovigo, Francesco Zambelli, lo spiegava bene a inizio stagione: “Per il campionato 2012-2013 partiamo con -256mila euro” diceva, come riportato da RovigoOggi.it lo scorso luglio, “Speriamo di raggiungere il pareggio con nuovi ingressi di sponsor e contributi federali”. La Fir quest’anno ha potuto distribuire più fondi. Alle otto squadre che non partecipano alla Amlin Challenge Cup, la Federugby gira 178mila euro: un aumento di 58 mila euro rispetto all’anno scorso. Alle quattro squadre che invece disputato le coppe europee arrivano 435mila euro e non più 387mila. Sommando il tutto, viene fuori uno sforzo economico che supera i tre milioni di euro. Il segnale è confortante: la Fir ci tiene al campionato e ha intenzione di investirci sopra. E per l’Eccellenza la presenza della Federazione è determinante. Senza, oggi, non si va da nessuna parte.

Del resto è complicato anche solo fare progetti. A metà febbraio, intervistato dalla Rai, il presidente del Rugby Reggio Giorgio Bergonzi diceva che per l’anno prossimo l’obiettivo è mettere a frutto l’esperienza maturata in questa stagione: puntare ancora sui giovani, sul vivaio, e sperare di far maturare qualche buon giocatore. Insomma nessun cambiamento rispetto alla linea nella quale la società s’è mossa finora. Nonostante l’ottimo campionato disputato.

Il problema è che, semplicemente, i conti molto spesso non tornano. L’unica vera voce in entrata è quella degli sponsor. E la fase di stallo economico com’è quella che stiamo attraversando ovviamente non aiuta. Anzi, peggiora la situazione. Il Rugby Reggio fa un’analisi lucidissima: la situazione finanziaria della società è difficile, la gestione complicata è dovuta anche al quadro economico generale. Un male comune che non risparmia certo il rugby. Tanto che negli uffici del Reggio si sta valutando l’ipotesi di nuove forme societarie per poter alleggerire la responsabilità economica dei vari consiglieri. A Viadana stesso discorso: i conti faticano a quadrare, le entrate legate alle sponsorizzazioni sono calate e questo di conseguenza ha spinto verso il basso il budget della società. Anche per i lombardi, in testa al campionato sin dalla prima giornata, fare previsioni è cosa complicata. Ci vogliono alcuni ingredienti che consentano una progettazione a medio-lungo termine: devono tornare gli sponsor, la Federazione deve sostenere i club di Eccellenza e il campionato nel suo complesso, cercando di promuovere il movimento e facendo di tutto per aumentare il pubblico che viene a seguire le partite.

Perché di pubblico sugli spalti se ne vede davvero molto poco. E non è cosa marginale. Ancor prima di essere eletto presidente della Fir, in piena campagna elettorale, Alfredo Gavazzi lo diceva chiaro e tondo: va incrementato il pubblico che va a vedere l’Eccellenza. Va ridotta la forbice tra una partita della Nazionale, capace di richiamare allo Stadio Olimpico oltre i 60mila spettatori, e una partita di campionato, dove sugli spalti spesso ci sono solo poche centinaia gli spettatori. Ma di questo ne parleremo nella seconda puntata.

Antonio Scafati

[14-03-2013]

 
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