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Il Mangianomi

Intervista a Giovanni De Feo, autore del suo primo romanzo

Di Flavia D'Angelo.

E’ disponibile in libreria il primo romanzo di Giovanni De Feo, co-sceneggiatore (con Pietro Albino di Pasquale e Marco Chiarini) del film “L’Uomo Fiammifero” che ha portato al regista Chiarini una nomination ai David di Donatello 2010 come Miglior Opera Prima. 


Gli esordi sembrano portare fortuna a De Feo, che ha presentato “Il Mangianomi” ieri alla Biblioteca Berio di Genova – città in cui vive e lavora – con uno spettacolo del mimo Enrico De Nicola ispirato al romanzo.

“Il Mangianomi” è un fantasy tutto italiano, ambientato nel Regno di Napoli del Seicento con uno sguardo rivolto alla vivissima tradizione fiabesca italiana.
Il cacciatore Magubalik si trova impegnato nella caccia a una misteriosa e inafferrabile creatura che sta terrorizzando il Ducato rubando a qualunque cosa il proprio nome. Uomini, donne, animali ma anche torri, foreste e paesi sono ridotti a gusci vuoti e irriconoscibili dalla creatura che si muove nel buio.

Corriere Romano ha intervistato Giovanni De Feo riguardo alla sua prima esperienza come romanziere.

Ti sei laureato in storia del cinema e hai scritto varie sceneggiature prima del tuo romanzo d’esordio. Quanto credi che l’esperienza come sceneggiatore ti abbia influenzato mentre scrivevi “Il Mangianomi”?

Scrivere per immagini, come si fa per il cinema, sicuramente aiuta a visualizzare le azioni dei personaggi. Però per me era importante che ne “Il Mangianomi” la voce narrante fosse lontana, come se raccontasse i fatti da una grande distanza.
Nelle fiabe ci sono pochissimi dettagli scenici e visivi ma questi pochi sono tutti essenziali. In un romanzo fiabesco come questo non volevo essere troppo scarno ma nemmeno descrivere tutto nei minimi particolari, come in un romanzo realista dell’Ottocento. Ad esempio l’aspetto fisico del protagonista è accennato solo in un paio di occasioni e per sommi capi: è il lettore che deve completare il lavoro, creandoselo in testa partendo dall’impressione emotiva che se n’è fatto.
Parafrasando Eco, la scrittura è un’arte pigra e richiede la collaborazione continua del lettore, quindi è l’esatto contrario del cinema.

Com’è nato il personaggio del Mangianomi?

L’intero romanzo si è imposto da sé in seguito a un sogno particolarmente vivido, nel quale sentii una voce dettarmi una storia che, diceva, sarebbe stato il mio primo romanzo. La mattina dopo mi sono messo al lavoro e ho scritto un racconto in poco più di un mese. Poi l’ho riletto. Era orribile, davvero. Ma verso la fine c’era un personaggio che raccontava un’altra storia, la leggenda seicentesca di un cacciatore e di tre cani …
Questa leggenda mi colse  alla sprovvista: era completamente diversa dalle cose che scrivevo in quel periodo. Cominciai a riscriverne la scaletta su un taccuino e, prima ancora di rendermene conto, mi trovai davanti a un romanzo di più di trecento pagine... In fondo, le cose sono andate proprio come diceva il sogno, ma non come pensavo io.

“Il Mangianomi” ha molto in comune le tradizionali fiabe italiane. Molte di queste storie erano veramente spaventose …

Kafka diceva che le fiabe nascono dalle “radici del sangue e dell’angoscia”. Difficilmente avrei potuto dare una definizione più precisa. Le fiabe ci inquietano perché sono dei concentrati potentissimi di quanto nella vita ci spaventa e ci attrae, non solo per il loro legame con gli oggetti del nostro terrore - e del nostro desiderio - ma nelle relazioni interpersonali che permettono di realizzare le paure e i desideri.
Nelle fiabe i genitori non picchiano i figli, bensì li spolpano vivi dopo averli bolliti, le ragazze sedotte dai propri padri si tagliano le mani e le spediscono in segno di protesta, le matrigne malevole strappano occhi e lingua alle figlie non volute …
E non è il truculento in sé a perturbare: è che quel sangue, quell’efferatezza, sono proprio la manifestazione più intima e liberatoria delle nostre angosce.

Nel tuo libro animali e natura hanno un ruolo importante. Pensi che anche nel mondo contemporaneo si possa creare tensione usando questi elementi?

Penso di poter parlare solo per me: molto di quello che scrivo nasce dal rapporto che ho con certi luoghi, siano essi urbani o extraurbani. Particolarmente importante è il legame viscerale che sento con i paesaggi dell’Irpinia, la terra da cui vengono i miei genitori.
Credo che in una storia sia importante creare un’atmosfera precisa, che faccia entrare il lettore in un mondo. Come scrittore mi è capitato di partire dalle suggestioni di certi luoghi e di farli occupare con la fantasia da storie adatte a quella certa atmosfera.

Come si sviluppa la fantasia di uno scrittore? E’ una caratteristica innata o deve essere in qualche modo “educata”?

Tutte e due le cose ovviamente. Se però parliamo di “fantasia” e non di generica “immaginazione”, vorrei aggiungere che l’esercizio della fantasia è una cosa che dovrebbe riguardare non solo uno scrittore ma qualsiasi adulto che voglia vivere una vita spiritualmente sana. Dico adulto perché non ho bisogno di dire bambino: in quel caso la fantasia la do per scontata come la caduta dei dentini da latte.
La capacità di vedere il mondo non come un elemento inalterabile, bensì come qualcosa di vivo e modellabile dalla mente è proprio l’essenza di ciò che chiamiamo “fantasia”. Perché, che lo vogliamo o meno, noi siamo i creatori delle nostre realtà: quelle interiori e quelle esteriori. E per esistere in una realtà noi dobbiamo ricrearla continuamente, incessantemente altrimenti essa muore, e noi con lei. E se questo è vero per una città, o per una famiglia, per un amore, ancora più vero è per la totalità del nostro mondo interiore. Non è necessario scrivere per tener viva questa capacità ma essa va nutrita, stimolata e mai abbandonata. Altrimenti si diventa dei gusci “senza nome” come il protagonista del romanzo.

Puoi provare a dare una definizione di “romanzo fantasy”?

E’ difficile rispondere a questa domanda senza essere molto generali. Diciamo che il “fantasy” di solito presuppone la creazione di un secondary world e di una missione di un gruppo di eroi che abbia per scopo la salvezza a quello stesso mondo. In estrema sintesi, questo è il modello di base del fantasy ma ovviamente da solo non garantisce un buon esito artistico.
Credo sarebbe presuntuoso da parte mia cercare di spiegare ad altri come scrivere un buon fantasy: che ci crediate o no, quando ho scritto questo romanzo non ho pensato al genere che ho qui sopra descritto. In fondo, “Il Mangianomi” non si svolge in un mondo secondario quanto in una fantasia fiabesca di un diverso Seicento napoletano. E anche se è presente l’elemento del “salvataggio”, poi la storia diventa tutt’altro. Credo che “Il Mangianomi” riguardi forse la caduta di un piccolo eroe magari o possa essere considerato un romanzo di formazione fiabesco, ma sicuramente non un’epica in prosa. 

La foto dello spettacolo di Enrico De Nicola è stata realizzata da Federica Terminiello.

 
 

[30-01-2011]

 
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