Condanno a 24 anni di reclusione. Per la giustizia italiana è lui, Raniero Busco, l’assassino di Simonetta Cesaroni. Il delitto di via Poma, trova, a 20 anni di distanza e dopo numerose tappe giudiziarie, una soluzione ma non definitiva.
La sentenza di primo grado è stata emessa nel pomeriggio dalla terza Corte d’Assise, sentenza che né Busco – che ha avuto un malore in aula- né il suo avvocato si aspettavano. Una decisione contro la quale la difesa presenterà appello. Soddisfatta la famiglia Cesaroni, che a 20 anni di distanza, può dare un nome e un volto alla tragedia che li ha investiti.
Un tempo molto lungo da quella maledetta sera d’estate del 1990, Busco si è sposato e ha avuto un figlio. Decenni strazianti per la famiglia Cesaroni; il papà della ragazza è morto mentre cercava affannosamente la verità sulla morte della figlia.
Era il 7 agosto quando Simonetta venne assassinata a coltellate con il suo corpo deturpato nell’ufficio regionale del Lazio dell’AIG. L’allarme sulla sua scomparsa fu lanciato dalla sorella Paola che entrò nell’ufficio dopo aver chiesto l’aiuto del datore di lavoro di Simonetta, Salvatore Volponi.
Proprio Volponi fu una delle persone indagate assieme al portiere Pietrino Vanacore e al nipote di un inquilino del palazzo Federico Valle.
Ma la sentenza di oggi, emessa alla luce di nuove prove e rilievi che grazie alle più moderne metodologie investigative e tecnologie hanno saputo dare un nome all'assassino, l’allora fidanzato Raniero. Secondo i giudici fu lui a raggiungere la ragazza nel suo ufficio, lui a diventare il suo carnefice.
A inchiodarlo sono state le sue tracce di saliva sul corpetto e sul reggiseno, la compatibilità del dna sulla porta della stanza e tra l’arcata dentale e il morso sul seno della giovane. Oltre alla pena detentiva, in sede civile dovrà risarcire la madre e la sorella di Simonetta di 150 mila euro.
BUSCO NON ANDRA' IN CARCERE - Nonostante la condanna a ventiquattro anni di reclusione, Raniero Busco non andrà in carcere. La motivazione è semplice: allo stato la sentenza di oggi non è definitiva, ovvero è stato solo celebrato il primo grado di giudizio; una sentenza diviene 'definitivà, infatti, solo dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione. Un condannato finisce in carcere dopo il primo grado solo se ci sono i presupposti per la custodia cautelare, che sono tre: pericolo di fuga, possibile inquinamento delle prove e possibile reiterazione del reato commesso.
[26-01-2011]
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