Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 13 dicembre 2017
 
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Una fiducia appesa a tre voti, Berlusconi regge

Dopo il sì del Senato, decisivo il 314 a 311 della Camera

di Filippo Pazienza

Massimo Calearo, Bruno Cesario e Domenico Scilipoti. Poi Catia Polidori, Giampiero Catone e Maria Grazia Siliquini. Sei nomi rischiano di passare alla storia della politica italiana, almeno per quanto concerne la Seconda Repubblica. I primi tre del Movimento di solidarietà nazionale, i secondi schegge impazzite del Fli. Una menzione la meritano anche Silvano Moffa (Fli) e Antonio Gaglione, l'ex Pd passato con Noi Sud. Variegata - e non da oggi - nella sua forma, la sostanza non cambia. Il governo Berlusconi ha passato indenne il suo giorno più lungo, quel 'D-day' poi ribattezzato 'B-day', in onore di chi oggi rischiava più di tutti.

Invece, a capitolare è stato il suo grande nemico, Gianfranco Fini, che dopo aver tenuto compatti i suoi al Senato (dove comunque la mozione di sfiducia è stata facilmente battuta, come da previsione, per 162 a 135) ha perso i pezzi (la Polidori, Catone e la Siliquini hanno appoggiato il Governo, Moffa si è astenuto) sul più bello. Ovvero nel testa a testa alla Camera, dove alla fine il Governo l'ha spuntata per 3 voti (134 a 131) grazie alla scelta dei sopra citati parlamentari. Il tutto, mentre al di fuori di Montecitorio e Palazzo Madama montava la protesta in una Roma agitata fin dalle prime ore del mattino e divenuta bollente dopo l'ufficialità della fiducia ottenuta da Berlusconi. Una vittoria di Pirro, ma comunque una vittoria. "Politica", si è affrettato a specificare il Premier. "Solo numerica", ha ribattuto Fini. Per sapere chi dei due ha avuto ragione basterà aspettare i primi riscontri dell'attività parlamentare che, da domani, riprenderà più tesa che mai.

Consapevole dell'esigua maggioranza a disposizione, Berlusconi ha già avviato l'attività diplomatica tesa ad allargare la coalizione a sostegno dell'Esecutivo. Le porte si sono subito aperte ai moderati, nello specifico l'Udc - che però non ha alcuna intenzione di accettare l'invito ("Berlusconi? Ora deve solo governare, altrimenti alle elezioni presenteremo un'alternativa", ha detto Casini) -, mentre sono sigillate per quanto riguarda i rapporti con Fli. "Con Fini le trattative sono chiuse", ha sentenziato il Presidente del Consiglio. Con buona pace dell'altra sponda che, una volta ingerito l'amaro boccone, ha già lanciato la sua prossima sfida: "La vittoria numerica di Berlusconi è evidente quanto la nostra sconfitta, resa ancor più dolorosa dalla disinteressata folgorazione sulla Via di Damasco di tre esponenti di Futuro e Libertà - ha spiegato Fini subito dopo il voto -. Che Berlusconi non possa dire di aver vinto anche in termini politici sarà chiaro in poche settimane".

Il Presidente della Camera ha poi cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno: "D'ora in poi saremo una falange macedone. Saremo un esercito compatto, perché dobbiamo difenderci. Ora sapremo che se ci saranno tra di noi delle differenze, queste saranno dovute a divergenze di vedute e non a pretesti di chi già si è venduto...". Sulla stessa lunga il braccio destro Bocchino: "Quando Pajetta occupò la prefettura contro Scelba, Togliatti gli disse: bravo, ora che ci fai? Ecco, a Berlusconi bisogna dire: e mò che hai preso la fiducia per tre voti in più, che ci fai?". Il resto? Bossi e i suoi dichiarano di non aver posto alcun veto su Casini ma, sotto sotto, già si preparano al voto (in Primavera, secondo Maroni). Bersani, a nome del Pd,  pensa positivo - "Berlusconi ha perso comunque, si è assottigliata la maggioranza ed è cresciuta l'opposizione" -, mentre resta sul piede di guerra l'Idv di Di Pietro: "Grazie a Berlusconi, questo è il paese delle banane. I voti sono stati comprati". La sensazione, nettissima, è che oggi sia andato in scena solo il primo tempo di una partita ancora lunga e complessa.

[14-12-2010]

 
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