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Storie di romani
 
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Da Roma a Berlino, cervelli in fuga

la storia di Michele, dottorando in matematica

Ci chiamano cervelli in fuga. Ma non ci vuole un genio per capire che in Italia tira una brutta aria. Ho 25 anni, da otto mesi mi sono trasferito a Berlino. Ho trovato ad aspettarmi una città fresca, vitale, dinamica. Ogni settimana c’è spazio per una nuova proposta culturale, in ogni strada c’è un locale unico, in ogni vagone della metropolitana c’è qualcuno con una storia interessante da raccontare. Berlino offre mille alternative, ma non sta ad aspettare nessuno.  Berlino è una corrente forte, sta a te decidere se cavalcarla, rimanerne travolto o provare a nuotarle contro. Roma, invece, assomiglia di più ad una grande pozza d’acqua immobile: se vuoi arrivare al mare devi nuotare molto di più.

Non è comunque per questo che mi sarei mai voluto spostare dalla mia città. Sono partito per un dottorato in matematica. Le ragioni per una scelta così radicale (parlo della scelta d’andare a lavorare in un altro paese, non della matematica, per quella ancora devo trovare una ragione valida) possono essere tante e diverse. Nel mio caso sono state fondamentalmente due: avere un curriculum internazionale e provare almeno una volta nella vita a partire veramente da zero.

Per cominciare da zero, per provare a reggersi da soli sulle proprie gambe serve innanzitutto una fonte di introiti, ma non mi sembrerebbe elegante parlare di soldi. E invece parliamo di soldi. Un dottorando in matematica percepisce a Roma circa 1000 euro mensili. Qui ricevo quasi una volta e mezzo quella cifra. E se ci aggiungiamo il non trascurabile fatto che il costo della vita a Berlino è quasi dimezzato (una piccola stanza singola vicino all’università a Roma arriva facilmente a 500 euro, mentre qui con 300 la quadratura è ben maggiore), non bisogna essere un cervello in fuga per capire che gli alibi dei famosi ‘bamboccioni’ non sono poi così infondati.

Tornando invece all’aspetto della carriera, è innegabile che Roma vanti di alcuni dei migliori ricercatori al mondo, per lo meno nel mio campo. Ma è altrettanto vero che la situazione sta precipitando. Al di là delle solite solfe sul clientelismo (per fortuna il mio campo ne è piuttosto privo) e al di là della questione finanziaria di cui sopra, l’istituzione Università sta lentamente perdendo credibilità e prestigio agli occhi della gente. Vedere da lontano la protesta universitaria degli ultimi mesi contro i continui tagli e la deriva privatista delineata dall’attuale Ministro dell’Istruzione fa salire nel me-emigrato una nota triste ed amara: potrò mai, o meglio, varrà mai la pena di rientrare nel mio paese per lavorare in ambito accademico?

Questi i motivi. Le conseguenze sono quelle di trovarmi in un paese civile, dove ho da vergognarmi se non metto le cinture anche nei posti di dietro della macchina, in una città dove l’arte ricopre un ruolo principale e non quello di superfluo comprimario, una città con trasporti pubblici impeccabili e dove i giovani, a differenza dell’Italia dove anelano ad essere tutti uguali, fanno a gara per essere i più alternativi ed originali possibile (che è comunque una forma di distorsione mentale, ma se dovessi scegliere tra le due non avrei dubbi).

Eppure, l’occhio è sempre girato verso Roma. In una presentazione durante uno scambio interculturale, un ragazzo ha paragonato gli italiani alle pesche ed i tedeschi al cocco. Si riferiva ai rapporti umani. Spiegava che noi si sarebbe gioviali ed amichevoli all’inizio, ma poi spesso duri ed impenetrabili quando si tratta di approfondire un rapporto, mentre i teutonici sarebbero invece duri e distaccati al primo approccio, per poi rivelarsi calorosi ed aperti quando si va in profondità. Per trovare le giuste parole di risposta al ragazzo, che era inglese, mi viene in soccorso il dialetto romano: “Ma de che?”*. Dal mio punto di vista non solo i tedeschi hanno ancora tanto da faticare per dimostrare di essere cocchi, ma gli italiani sono addirittura fragole, dolci e morbide fuori e dentro. Mi sbaglierò, ma in questi otto mesi ho faticato a trovare due berlinesi che fossero amici nel senso profondo della parola, legati da qualcosa di unico. Ho sempre visto tutti un po’ solitari, riflessivi, sempre gentili e disponibili tra loro, ma mai disposti a concedersi fino in fondo.

Gli amici, le persone, la solarità e la leggerezza di una cena con le solite cinque fragole: questo è quanto più mi manca di Roma. Non tanto il cibo: tanto la De Cecco la trovo al supermarket -turco- sotto casa.
*”Mi trovo in disaccordo con te”

Michele Salvi

[21-11-2010]

 
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