Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 13 dicembre 2017
 
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Fli abbandona il Governo, ora la crisi ufficiale

Il 14 dicembre la data cruciale col doppio voto a Camera e Senato

di Filippo Pazienza

Già consumatosi da tempo nella sostanza, ora lo strappo totale tra Fli e l'Esecutivo assume anche i contorni potenzialmente decisivi della forma. Adolfo Urso, Andrea Ronchi, Antonio Buonfiglio e Roberto Menia - rispettivamente vice ministro dello Sviluppo economico, ministro delle Politiche comunitarie, sottosegretario alle Politiche agricole e sottosegretario all'Ambiente - hanno presentanto le proprie dimissioni (irrevocabili) al premier Berlusconi aprendo di fatto la crisi di Governo. Dopo 'aut-aut' posto da Fini nella Convention di Perugia - "Berlusconi si dimetta, altrimenti ritiriamo la nostra delegazione" -, Fli è passato dalle parole ai fatti chiamandosi fuori dal tavolo di Governo.

Il prossimo passo, annunciato dallo stesso Urso, rischia di rappresentare la goccia che farà traboccare il vaso: "Se non ci saranno risposte soddisfacenti, dopo la finanziaria presenteremo la mozione di sfiducia al Governo". Non è ancora dato sapere se la mozione sarà singola o congiunta con quella che, prendendo la palla al balzo, è stata già presentata alla Camera dall'opposizione lungo l'asse Pd-Idv. Ma poco cambia, anche perché tutto lascia presagire che in ogni caso Fli voterebbe quella altrui e viceversa.

Insieme ai quattro rappresentanti di Fli, anche Giuseppe Maria Reina, unico esponente di Governo dell'Mpa (Movimento per le autonomie), ha depositato le proprie dimissioni dalla carica di sottosegretario alle Infrastrutture e trasporti. "L'Mpa sosterrà la formazione di un nuovo governo con il compito di avviare un programma di riforme per consentire al Paese una forte ripresa economica e la modifica della legge elettorale", ha annunciato una nota del partito.

Il presidente della Repubblica, preso atto della situazione, non ha potuto far altro che convocare i presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani, per disegnare il quadro di quella che è ormai a tutti gli effetti una crisi di Governo. L'incontro sembra aver già partorito date certe. Entro i primi 10 giorni di dicembre, il Senato dovrà aver terminato il dibattito sulla Finanziaria. Il 13, Berlusconi si presenterà in Senato - dove il Pdl ha posto la fiducia al Governo - mentre alla Camera avrà luogo il dibattimento sulla mozione di sfiducia presentata da Pd e Idv. Il giorno successivo sarà quello cruciale con la doppia votazione: sulla mozione di fiducia a Palazzo Madama e quella di sfiducia a Montecitorio.

Le reazioni? Scontata quella del centrodestra, che parla apertamente di 'tradimento' e di 'errore politico' sottolineando, qualora il Governo venisse sfiduciato, di votare solo nel ramo del Parlamento (la Camera) in cui Berlusconi risultasse battuto. Sicuro, e ribadito da tutti, l'assoluto rifiuto verso  un 'Berlusconi bis'.  Di più ampio respiro l'obiettivo di Fini, che in prima battuta spera in un nuovo Esecutivo allargato a Fli, Udc, Api ed Mpa che porti alla riforma elettorale ma - come come peraltro confermato da Urso - non chiude le porte a tutte le forze (anche di sinistra) interessati a varare un nuovo sistema di voto.

Dal canto suo il Pd, per bocca di Dario Franceschini, capogruppo alla Camera, ha chiesto al presidente della Camera di dare la priorità della mozione di sfiducia al governo presentata dalle opposizioni e di fissarne la discussione alla Camera "nella prima giornata utile consentita dal calendario parlamentare, successivamente all’approvazione della legge di stabilità da entrambe le Camere". Più complessa ma comunque chiara nella sostanza la presa di posizione dell'Idv, illustrata dal capogruppo alla Camera, Massimo Donadi: "Sì a Fini, se questa è la condizione per vincere le elezioni e sconfiggere Berlusconi. A mali estremi, estremi rimedi. Ma prendo atto che su questo tema la mia posizione è diversa da quella di Di Pietro". Berlusconi balla, e a sinistra (ma non solo) c'è fretta di dargli il colpo di grazia.

[16-11-2010]

 
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