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Gangor

di Italo Spinelli. Con Adil Ussain, Samrat Chakrabarti, Priyanka Bose

di Flavia D'Angelo

Upin è un affermato fotoreporter, Gangor una ragazza di etnia tribale. Le loro vite s’incontrano quando Upin, incaricato di realizzare un servizio giornalistico contro la violenza sulle donne nelle regioni tribali, scatta una foto di Gangor mentre allatta il figlio. Tornato alla sua vita urbana, Upin non riuscirà a dimenticarsi della ragazza incontrata per caso e tornerà a cercarla. Lentamente il giornalista scoprirà il prezzo che Gangor ha dovuto pagare per aver violato le regole della tribù, esponendo il suo seno alla macchina fotografica …

Il regista Italo Spinelli – direttore artistico da dieci anni del festival Asiatica Film Mediale e conoscitore della complessa cultura indiana – sperimenta un interessante progetto di collaborazione italo-indiana. GANGOR è stato girato interamente in India in hindi e inglese, con un cast artistico (e parte del cast tecnico) di origine locale. La bellissima Gangor è Priyanka Bose, affiancata dai due volti noti del cinema indiano: Samrat Chakrabarti (Ujan) e Adil Ussain (Upin).

Da regista sensibile, Spinelli non sovraccarica l’uso degli incredibili scenari (urbani e rurali) a disposizione, rifiutando un facile sfruttamento dell’ambientazione indiana. GANGOR è la prova di come si possa girare un film realistico senza dover ricorrere al popolare “stile documentaristico”, curando le immagini senza indulgere nel compiacimento estetico. La costruzione della trama – scritta dallo stesso regista con Antonio Falduto – ci regala un ottimo inizio, veloce e intelligente nel presentare temi e personaggi. Il film di Spinelli inizia, però, ad arrancare proprio nella scrittura e rivela una costruzione macchinosa - tesa a mantenere viva la tensione - nel momento in cui i personaggi perdono spessore e le loro azioni (tra rimorsi inspiegabili e prese di posizione verbose) diventano “esemplari”.

GANGOR si trasforma rapidamente in un film “a tesi”, in cui la tesi è spiegata e rispiegata. La riflessione sulla predominanza della “persona” sull’“immagine” finisce per schiacciare proprio la dimensione umana dei personaggi, che coinvolgono emotivamente più attraverso le loro tragiche vicende che grazie a una sentita identificazione. Il grande merito di Spinelli è firmare un film italiano che non sembra tale, un prodotto (finalmente) da esportazione che tanto bene può fare all’industria del cinema italiano. Resta il dubbio se sia necessario firmare anche un finale hollywoodiano (nel senso deteriore del termine) per riuscire a essere internazionali.
 


Secondo te quanti euro merita??
 

[03-11-2010]

 
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