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Fanny Ardant ''ambasciatrice del popolo rom''

Incontro per la presentazione di ''Chimères absentes'', primo cortometraggio da regista

Di Flavia D'Angelo

Fanny Ardant
incontra il pubblico del Festival Internazionale del Film di Roma in occasione della presentazione di “Chiméres Absentes”, il suo primo cortometraggio da regista. Il progetto è inserito nella campagna “Dosta!” del Consiglio d’Europa, che ha patrocinato la realizzazione di undici cortometraggi sul tema della difesa dei diritti dell’uomo e a favore della reciproca comprensione tra culture diverse in Europa.
La Ardant presta la sua immagine come “ambasciatrice del popolo rom”, tentando di incrinare la cortina di pregiudizio che circonda questo popolo che “ha demolito per primo le frontiere europee, ancora prima che esistesse per noi l’idea di Europa”.

L’incontro si apre con una domanda: si può dire “zingari” o si deve utilizzare il più politicamente corretto “rom”? A rispondere è Emile, uno degli attori del cortometraggio. Scopriamo che entrambi i termini derivano dalla stessa radice del greco antico e la parola “zingaro” non ha quindi alcun connotato negativo.
Zingaro vuol dire ‘libero’ – dice la Ardant – e nell’arte possiamo vedere come ricorra il tema della capacità di questo popolo di difendere la sua libertà, rompendo gli schemi pre-costituiti delle istituzioni. Quando mi hanno proposto di girare un breve film sulla tolleranza ho subito pensato di parlare del popolo rom, perché credo si debba parlare di ciò che più si ama. Sono convinta che solo chi non ha paura di niente sia veramente libero e gli zingari, scegliendo di non legarsi ad alcun luogo e di non possedere nulla, sono gli unici che riescono a sfuggire alla paura dilagante che ci è imposta da questa società dei consumi”.

“Chimères Absentes” è stato girato nel Comune di Formello, alle porte di Roma, con il sostegno dell’Amministrazione Comunale e la collaborazione della comunità rom stanziale della zona. La storia, raccontata con uno stile simbolico e favolistico, racconta dell’avvicinamento di una maestra (la Ardant) al mondo di libertà degli zingari, dopo che una sua alunna è stata esclusa dalla mensa scolastica perché incapace di pagare la sua quota.
Il mondo delle istituzioni si scontra con una dimensione più “naturale” della vita umana, in un contrasto cercato dalla stessa regista. “Questo film non è un documentario – spiega la Ardant – ma un segno d’amore. Volevo mettere in scena un’utopia e ho scelto il tema del viaggio come simbolo allontanamento da una società crudele che pensa solo in termini di profitto”.

Questo film non vuole proporre una soluzione ai molti problemi legati alla coesistenza con la cultura rom – continua la Ardant – e questo è il bello del cinema. Io credo che l’arte sia capace di creare legami, di spingere le persone ad andare le une verso le altre: senza la cultura si diventa un paese di pecore”.
Il tema però è di quelli “forti” e un intervento del pubblico in sala accende subito la polemica sulla volontà dei rom di accettare le regole della convivenza sociale. L’occasione si presta a sfatare alcuni miti, innanzi tutto quello sul nomadismo: gli zingari non sono nomadi da più di un secolo, da quando la rivoluzione industriale ha distrutto la loro tradizione artigianale, portata nei vari mercati europei.
Varie voci dalla sala fanno notare come – nonostante la marginalizzazione nel mercato del lavoro – i lavoratori rom paghino regolarmente i contribuiti statali. Inoltre “non sapete quanti lavoratori rom avete vicino, persone che non posso dichiarare le loro origini o non sarebbero assunte” è fatto notare da Emile.

Tutto è politico – commenta la Ardant – anche un film o un festival di cinema lo sono. Scegliendo questo tema non volevo usare le polemiche di questo periodo sui rom: girando il corto ad Aprile siamo stati ‘acchiappati’ dalla cronaca in modo totalmente involontario. … Trovo riduttivo e insultante ridurre questi temi a una polemica politica ed elettorale”.
La “diversità” degli zingari si fonda – secondo la Ardant – più sulla mancanza di conoscenza del mondo rom che sulla realtà. “Il mistero nasce dalla distanza tra la nostra cultura e la cultura rom, distanza che siamo noi a imporre. Girando nel campo di Formello e lavorando con gli attori del mio cortometraggio ho potuto vedere quanto i rimproveri che si possono muovere ai rom siano gli stessi che possiamo rivolgere a noi stessi e alla nostra società. In definitiva, non posso dire di aver trovato un mondo molto diverso dal mio”.

L’incontro, abbandonati i toni polemici, si chiude su un ricordo di Truffaut. “Un grande regista – ricorda la Ardant – che affrontava ogni film come la vita, pieno di passione e energia. Sapeva che stare un set è un grande privilegio, e viveva ogni secondo di questa esperienza meravigliosa”.

[30-10-2010]

 
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