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Elezioni anticipate, dietrofront!

Tanto fumo e poco arrosto, bisogna attendere la Primavera

di Filippo Pazienza

Ipotizzate, in alcuni casi minacciate e in altri volute. Sicuramente discusse. Dal momento dello strappo Fini-Berlusconi - con annessa crisi negli equilibri interni al centrodestra – in poi, tutti parlano di elezioni. Anticipate, ovviamente, rispetto alla normale scadenza della legislatura. E’ la prima parola venuta in mente a tutti un secondo dopo la chiusura del discorso di Fini a Mirabello. Come una lampadina che all’improvviso, in puro stile Prima Repubblica, si è accesa manco fosse l’unica possibile alternativa all’ultima crisi di Governo. 

E giù coi pronostici sulle possibile date, perfino sui nomi dei papabili protagonisti dell’ennesimo Governo tecnico. Salvo poi, smaltita la ‘fame da copertina’, iniziare un inesorabile passo indietro. La domanda, allora, nasce spontanea: da destra a sinistra, nessuno (o quasi) escluso, conviene davvero tornare alle urne? Nella stragrande maggioranza dei casi, e stavolta il Governo Berlusconi c’entra solo relativamente, la risposta è no.

I perché variano a seconda dei punti di vista. Ognuno, come in una scacchiera, si fa i suoi calcoli e muove di conseguenza le pedine a sua disposizione. Ad oggi, però, sembra che si vada nettamente nella direzione del rinvio. Votare non conviene di certo al Pdl, il partito più toccato dal ‘caso Fini’ e che, come ammesso dallo stesso Berlusconi, è consapevole di aver sbagliato molto nell’ultimo periodo. Il Premier, come un pugile alle corde, preme per l’agognato ‘gong’ che nel suo caso si materializzerà nei mesi che ci separano dalla prossima Primavera, sottolineata da tutti con la matita rossa dell’atteso appuntamento.

L’entusiasmo in seno al neonato Fli è durato lo spazio di qualche giorno. Giusto il tempo che i colonnelli di Fini – il Presidente della Camera, in questo senso, è sempre stato molto più prudente – hanno impiegato per capire come l’effetto novità avrebbe inesorabilmente cozzato contro una realtà che ancora non consente al partito di fare la voce grossa, impegnato com’è in un’opera di radicalizzazione nel territorio. Attività che alla lunga potrebbe anche sfociare nella nascita del famoso ‘grande centro’ – Rutelli e Casini hanno già drizzato le antenne – da opporre al barcollante Cavaliere.

In più, e questo è l’elemento che accomuna il rifiuto di Fini a quello di Berlusconi, senza entrare nel dettaglio della vicenda (cosa che ognuno è libero di fare in base al proprio soggettivo punto di vista) è scontato come a livello popolare entrambi non godano attualmente di particolare appeal verso l’elettorato incerto di centrodestra. Il leader del Pdl ha probabilmente perso l’appoggio dell’ala più moderata, quella riconducibile alla figura di Fini per l’appunto. Viceversa, però, l’ex numero uno di An è ora considerato un ‘traditore’ dall’intero zoccolo duro della coalizione. Per entrambi, insomma, è meglio attendere un po’ prima di rimettersi in gioco.

E il centrosinistra? La logica consiglierebbe un brindisi a tutto tondo. Quale miglior scenario - per una opposizione - di un’implosione della coalizione di Governo, per giunta scaturita da una lite tra i due big della coalizione avversaria? Nessuno, sulla carta. Eppure, la reazione del Pd è stata più timida di quanto ci si potesse aspettare. Risposta di chi sa di poter  sì contare su un vento favorevole senza però avere l’imbarcazione giusta per cavalcarlo. Bersani si è quindi ritrovato tra l’incudine e il martello. Da un lato la voglia di azzannare subito la preda sanguinante per piazzare il colpo del ko, dall’altro il desiderio di lavorare per fare in modo che l’eventuale vittoria acquisisca tra qualche mese un contorno ancor più netto. Alla fine ha prevalso la seconda ipotesi, anche alla luce dei numeri che - almeno per ora - premiano ancora l'Esecutivo.

Quanto alle formazioni di centro, Udc in primis, il ritorno alle urne può attendere. Sfavorite dall’attuale sistema di voto – “Mai con Casini”, è la condizione che Bossi continua a porre nei vari summit col Pdl – le realtà che si muovono al di fuori dei due poli hanno tutto l’interesse a prendere tempo. All’orizzonte c’è l’ipotesi di un nuovo sistema elettorale a loro più congeniale e soprattutto la volontà di affermarsi come aghi della bilancia di una struttura bipolare che puntualmente evidenzia tutti i suoi limiti, almeno nel contesto italiano.

Ecco che allora, come spesso accade in periodi di crisi politica, non sorprende che le uniche forze ad aver davvero spinto sull’acceleratore siano state quelle estreme, quelle ‘di rottura’. Da un lato la Lega, conscia di un contesto favorevole che l’avrebbe lanciata verso le consultazioni come l’unico partito realmente solido del centrodestra. Dall’altro l’Idv, mosso dalla volontà di attaccare Berlusconi ben oltre ciò che è stato finora in grado di fare il disorganizzato Partito democratico. Alla fine, volenti o nolenti, si sono piegati anche loro alla logica del ‘aspettiamo la Primavera’. E’ facile ipotizzare, però, che soprattutto a destra la Lega si vedrà riconoscere e per certi versi ‘compensare’ tale frenata. Tanto fumo per niente, elezioni rimandate come la ‘Sora Camilla’: tutti le vogliono ma…

[11-10-2010]

 
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