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''Con un documentario non si può mentire''. Intervista a Antonio Martino.

Il cinema documentario tra nuovi e vecchi linguaggi.

Antonio Martino, classe 1977, esordisce nel documentario nel 2004. Il suo ultimo lavoro “Niguri” sulla difficile coesistenza tra cittadini italiani e migranti del campo di accoglienza temporanea di Isola Capo Rizzuto sta riscuotendo numerosi premi in Italia e all'estero.
La carriera di Martino conta ad oggi un Premio Ilaria Alpi e un riconoscimento del Presidente della Repubblica per l'alto valore educativo e sociale dei suoi film. Al centro delle opere di Martino le difficoltà che il mondo in mutamento nel quale viviamo ci costringe a affrontare, con una particolare attenzione per chi questi mutamenti non può che subirli.

I tuoi lavori, dal tuo esordio nel documentario nel 2001 a “Niguri” del 2009, hanno una caratteristica in comune: documentano situazioni di conflitto filmate con mezzi tecnici ridotti al minimo. E’ una scelta artistica o un condizionamento imposto da budget limitati?

Nel 2006 ho vissuto per un periodo a Bucarest filmando la vita dei ragazzi di strada. Il documentario che ho realizzato in quell’occasione, “Gara de Nord_copii pe strada”, vincitore del Premio Ilaria Alpi, è stato acquistato dalla Rai tv.
Ho girato “Gara de Nord” con un’attrezzatura minima: una Panasonic compatta palmare e un piccolo microfono addizionale montato sulla videocamera. Quando si decide di filmare in situazioni in cui non si ha controllo sull’ambiente circostante ridurre l’attrezzatura al minimo diventa una scelta obbligata. Tutto il lavoro di post-produzione, compreso il montaggio, è stato realizzato con software di facile reperibilità, che possono essere installati su qualsiasi pc.
Un’esperienza completamente diversa è stata quella di “Be water, my friend”: giravo in Uzbekistan, in una zona militare, e avevo portato con me un’attrezzatura molto più voluminosa. Quando le forze dell’ordine si sono accorte di me, è stato impossibile farmi passare per turista e ho dovuto interrompere le riprese dopo pochi giorni.

La digitalizzazione dei mezzi di ripresa permette di filmare realtà che altrimenti non potrebbero neppure essere prese in considerazione come soggetti di un documentario …

Le nuove tecnologie – e non parlo solo delle videocamere ma anche degli “home pc” di oggi – permettono di pensare opere che fino a 10 anni fa non erano ipotizzabili.
E’ totalmente cambiato l’approccio dell’autore, soprattutto per un genere come il documentario in cui l’interazione con la persona ripresa incide per un 50-60% sulla resa totale dell’opera. Non avrei mai ottenuto la spontaneità che ho avuto dai ragazzi di Bucarest se mi fossi mosso con mezzi più invadenti.
Non credo che il ricorso alle nuove tecnologie, anche con il risparmio di costi che questo comporta, sia un effetto della crisi economica o della mancanza di fondi per le produzioni. La rivoluzione digitale è un fatto concreto, che ha rimesso in discussione il modo di produrre e girare film.
Viviamo all'inizio dell’era postmoderna in cui coesistono vari realtà, alcune legate al passato altre che aspirano a diventare il “nuovo”. Internet ha creato nuove nicchie di mercato e la possibilità di coesistenza di più realtà di fruizione dei prodotti audiovisivi: oggi hanno la possibilità di farsi conoscere, e conquistare un loro pubblico “di nicchia” prodotti che altrimenti non avrebbero neppure conquistato lo status di marginali. Credo che la nostra generazione abbia un po’ il compito di “tirare le somme” dei cambiamenti tecnologici degli ultimi anni e di stabilire delle nuove regole nei rapporti con le ultime tecnologie, non solo nell’ambito cinematografico.

Tra le varie tendenze del film documentario oggi si afferma una forma di documentario-reportage che tende a ricercare il tema forte e l’immagine più sincera e cruda possibile …

La telecamera mobile ha introdotto un nuovo linguaggio che tende istintivamente al reportage.
La soggettiva dell’autore (o del giornalista) condiziona fortemente il film. Credo che in parte questa tendenza sia legata ad una fase, che ancora stiamo attraversando, di sperimentazione dei nuovi mezzi a nostra disposizione. Dall’altro lato, il documentario è un genere cinematografico molto più complesso della fiction: con un documentario non si può mentire.
La realtà, ripresa e vissuta, influenza il prodotto finale e noi viviamo in un periodo in cui nella società italiana -e forse europea- è presente una grande rabbia latente, probabilmente legata al fatto che non sempre riusciamo a decodificare i cambiamenti sociali in corso.
Questo genere di documentario corre però un rischio molto forte, quello di risultare “datato” anche pochi mesi dopo la sua produzione. Per esempio, quando stavo montando “Niguri” – il mio lavoro più recente – mi sono chiesto se fosse il caso di inserire una clip di Gianfranco Fini che parlava dei Centri di Accoglienza Temporanea. Alla fine ho deciso di non montare quel pezzo perché il personaggio-Fini mostrato dal mio documentario, a distanza di pochi mesi, sarebbe già stato diverso dal personaggio-Fini percepito dal pubblico al momento della visione.
Questa è la dimostrazione di come i cambiamenti sociali e politici siano diventati veloci nella nostra società, diversamente da quanto accadeva nelle società precedenti alla caduta del Muro di Berlino.
E’ fondamentale ricordare che le inchieste vivono per il presente, ma per realizzare un film che continui ad avere un significato (oltre quello di testimonianza) serve riuscire a raccontare una storia cche sappia anticipare i cambiamenti futuri. Questo, mi rendo conto, è un compito tutt'altro che facile.
Mi sono sempre opposto all’interpretazione di “Niguri” in chiave di documentario di inchiesta, credo che in realtà abbia il suo cuore in un tema più universale: credo che in effetti racconti una realtà che cambia, fortemente in linea con le più moderne teorie sociologiche di Anthony Giddens, Ulrich Beck, Scott Lash e Zygmunt Bauman i quali definiscono la nostra società come “Reflexive” e “Liquida”.

Le nuove tecnologie hanno già introdotto grandi cambiamenti nel modo di produrre. Tra questi uno dei più eclatanti è la possibilità per una persona di realizzare virtualmente da sola il suo documentario … E’ la fine della dimensione collettiva del documentario?

Come ho detto precedentemente, per i documentaristi ridurre al minimo la visibilità dei mezzi e della troupe è sempre stata una necessità. Oggi abbiamo l’opportunità di usare questi strumenti per forzare il cambiamento. Credo che questo mutamento nel modo di produrre sia il riflesso di una situazione sociale in cui ci sentiamo più isolati e quindi ci rifugiamo nelle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. E’ una fase di transizione in cui non mi sento di imputare particolari colpe a questi nuovi mezzi: ci servono nuove regole e soprattutto un nuovo linguaggio.
Non credo che questo momento storico rappresenti un momento di degrado culturale ma semplicemente una fase di passaggio, di cambiamento. Per forza di cose, assistiamo alla decadenza di una vecchia modalità a favore di una nuova. Il tuo interesse per gli scenari aperti dalle nuove tecnologie, non solo dal punto di vista tecnico, è evidente.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Ho iniziato a lavorare sull’idea di una “trilogia dell’isolamento”, in cui vorrei affrontare il tema dell’isolamento – volontario o forzato – delle persone nella nostra società, spesso causato da nuove e sconosciute responsabilità che ci disorientano e spaventano. Per questo progetto, è fondamentale riuscire ad osservare come i suddetti cambiamenti sociali stanno cambiando la realtà fattuale e come, in relazione ad essi, sia necessario cambiare i modo di fare cinema documentario. Il documentario è la narrazione della realtà fattuale: se cambia la realtà deve per forza di cosa cambiare anche la modalità per registrarla.

Flavia D'Angelo.

[09-10-2010]

 
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