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Fini-Berlusconi, divorzio di nome ma non di fatto?

I retroscena della spaccatura nel centrodestra


di Marco Chinicò

L’estate 2010 è finita ma il rovente clima politico non è mai andato in ferie. Il divorzio fra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, premeditato già da tempo, si presenta pieno di punti interrogativi che lasciano abbastanza perplessi. Nel corso di questi lunghi sedici anni l’alleanza fra l’ex- leader di AN e il Cavaliere è stata un’unione di comodo. Il “pelide” Gianfranco proveniva da un partito politico, nato sulle orme dell’ideologia fascista della storica Repubblica di Salò che per anni ha vissuto con idee ben precise che, dopo la caduta del muro di Berlino e l’avvicinamento definitivo del nostro Paese all’Europa, non erano più concepibili. Volendo ragionare sulla base del vecchio detto “se nasci tondo, non puoi morire quadrato, Fini per farsi strada ha dovuto spogliarsi del vecchio simbolo MSI e costruire un partito nuovo, più democratico e diretto verso l’Europa. Il popolo italiano però non dimentica come un leader è nato politicamente, il vero handicap per il “figliol prodico” di Giorgio Almirante erano i consensi quindi non gli restava altro che unirsi a un uomo che dal 1994 in poi ha raccolto tanti consensi elettorali grazie alle sue televisioni, a una parte della stampa e alla fiducia data a quest’ultimo dal mondo imprenditoriale. Dopo sedici anni Gianfranco Fini di strada né ha fatta, si è completamente spogliato del suo vecchio passato, è riuscito a conquistarsi l’incarico di Presidente della Camera e ora viene considerato addirittura come il possibile fondatore insieme a Rutelli e all’UDC del nuovo centro. Peccato che il suo nuovo progetto politico sia nato troppo prematuramente e se il Governo Berlusconi dovesse veramente cadere, sarà possibile per il dissidente Gianfranco lanciare il suo nuovo percorso politico? Un vero politico sa molto bene che andare alle elezioni anticipate non converrebbe in quanto avrebbe consensi molto scarsi quindi le soluzioni sarebbero due o l’esecutivo cade e si forma un governo tecnico utile sia per le riforme, sia per dare tempo ad eventuali nuove alleanze di formarsi e crescere in vista del 2013 oppure non resta che approvare, volente o nolente, i cinque punti tanto acclamati da Berlusconi con il rischio però di trasformare la crisi politica nella peggiore farsa degli ultimi venti anni.

[26-09-2010]

 
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