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Pinter's anatomy

un testo di Ricci & Forte nello spazio della Pelanda

Una frontiera da oltrepassare. Un check-point ineludibile. Un albero di Natale. Lost in translation. Il ricordo della prima volta. Un obitorio. Punti di riferimento evanescenti, che sfuggono al conto sulle dita di una mano: è una casa piena di spettri lo scenario delle relazioni che costituiscono l’evanescente bagaglio di una vita intera. Vivisezionare la mappa delle connessioni tra noi e gli altri, sfidando il tempo sul suo territorio più franoso, ovvero la memoria, è quanto si ripropone di fare “Pinter’s Anatomy”, lavoro teatrale che arriva a Roma nello spazio della Pelanda, nell’ambito della quinta edizione del festival Short Theatre.

Lo spettacolo è scritto da Stefano Ricci, che ne firma anche la regia, e Gianni Forte, definiti dalla stampa i due enfant prodige della nuova scena drammaturgica italiana, già noti al grande pubblico come sceneggiatori di fortunate serie televisive come “I Cesaroni” e “Hot” e invitati a presentare le loro performance e i loro allestimenti in vari paesi europei. In scena troviamo Marco Angelilli, Pierre Lucat, Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori e Anna Terio.

Peculiare l’allestimento, che porta il pubblico dentro il cuore del dramma, totalmente immerso nell’azione, senza barriere. “Pinter’s Anatomy” è infattiuna vertiginosa e claustrofobica performance della durata di ventotto minuti, che viene ripetuta a ciclo continuo e può essere fruita solo da un ristretto numero di spettatori alla volta, interrogati direttamente e toccati nel profondo dal meccanismo a orologeria di una drammaturgia inquisitoria, senza vie di fuga.

Asciutta e, allo stesso tempo, disarmante e poetica la scrittura degli autori; con il bisturi di un approccio audace, innovativo e iconoclasta vengono dissezionati e impietosamente analizzati i temi cari al teatro di Harold Pinter, come l’ambiguità, la violenza, il dominio e la discontinuità nel tempo.

Il discorso sulla fantasia, da sempre chiave portante del percorso di ricerca che caratterizza l’universo drammaturgico dell’ensamble Ricci/Forte, hanella pièce il suo amaro controcanto, la sua ombra, il suo riverbero negativo. Come un buco nero in un firmamento di stelle fittizie, lo spettacolo irradia un’assurda, inospitale luce di neon per osservare, senza pietà, topografie umane fatte di confini in dissolvenza, seguendo le rotte di collisione che costellano le traiettorie dei rapporti interpersonali e rilevando punti salienti negli schemi che descrivono forza e debolezza del mondo contemporaneo.

Passare la frontiera, essere parte del gruppo, approdare al livello successivo del videogame esistenziale, permette di avere accesso a una vita nuova di zecca, da indossare tra le ombre di una terra di nessuno in cui il raggiungimento di una chimera di benessere si misura rispetto alla distanza di quanto della nostra identità siamo disposti a perdere. Per rimettersi in gioco fino allo sfinimento. Senza certezze sul punto di arrivo.

[14-09-2010]

 
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