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8 agosto 1956, la strage di Marcinelle

ogni anno più di mille infortuni mortali sul lavoro

Il 1956 verrà ricordato come l’anno del XX Congresso del PCUS, quello del revisionismo antistalinista e dell’invasione dell’Ungheria. Poi se qualcuno conosce la cronistoria del XX secolo, che va tutta riscritta, c’è anche la strage di Marcinelle. Perché non c’è altro modo per definire quella tragedia che si consuma alle 8 e dieci del mattino dell’8 agosto 1956 nella miniera di carbone di Marcinelle, nei pressi di Charleroi, nota ai più come terza città del Belgio, per il famoso Castello e per essere sede di aeroporto low-cost.

Una colonna di fumo nero si leva da un incendio sviluppato a 975 metri di profondità dove si scatena l’inferno. Per errore umano, un vagone mal inserito oltrepassa uno degli scomparti scorrendo in superficie, guadagnando velocità e danneggiando due cavi elettrici ad alta tensione. Un lampo e poi l’inferno: le fiamme avvolgono travi e strutture in legno e solo sette operai riescono a risalire in superficie accompagnati dalle prime volute di fumo nero e annunciando la tragedia che si sta compiendo. I soccorritori tentano l’impossibile per circa 24 ore e sfidano la temperatura infernale causata dall’incendio. Nei livelli superiori della miniera oltre la metà degli operai sono già deceduti ma quelli che lavoravano ai livelli più bassi sono ancora prigionieri e vivi: l’incendio non ha toccato la miniera profonda e per giorni si spera di poterli trovare ancora in vita. I soccorsi sono interminabili, durano quasi due settimane ma all’alba del 23 agosto i soccorritori tornano in superficie e le parole pronunciate suona come sentenza definitiva: “Tutti morti”. Li hanno trovati a 1.035 metri di profondità, avvinghiati gli uni agli altri in un’ultima disperato atto di solidarietà. Bilancio finale: 262 minatori, scesi nel pozzo per il primo turno, di cui 136 italiani muoiono. 406 orfani ancora in attesa di giustizia. E’ in lutto il Paese dei poveri emigranti, “merce di scambio” tra i governi italiano e belga che nel ‘46 firmarono l’accordo “minatori-carbone”: l’Italia forniva manodopera (47mila uomini nel ‘56, di cui oltre l’80% del sud).

Gli infortuni mortali nel nostro Paese, anche se hanno avuto una lieve diminuzione, sono pur sempre un numero consistente rispetto a 4,7 milioni di infortuni che annualmente accadono nell’Europa ma noi continuiamo a registrare 3,6 infortuni mortali ogni giorno lavorativo nel nostro Paese, e quelli mortali che avvengono nel nostro Paese sono il 20,52 per cento nel totale Europeo. Tragedia come Marcinelle si consumano in un attimo ma ci sono morti sul lavoro che sono ben più lente. Leggiamo il seguito.

Nel mondo l‘OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) ha diffuso i dati sulle “morti bianche”, rilevando che sui duecentocinquanta milioni di infortuni a lavoratori di ogni età che avvengono ogni anno, 335 mila sono mortali: 170 mila nel settore agricolo, 55 mila nel settore minerario e 55 mila nelle costruzioni. Inoltre, in tutto il mondo muoiono sul lavoro mille bambini al mese (dodicimila ogni anno).

In Italia gli infortuni mortali sono ogni anno 1.394 (quelli di lavoratori regolarizzati e denunciati all’INAIL); abbiamo, inoltre, oltre 24.000 malattie professionali all’anno. Il settore edile registra il più alto numero di infortuni mortali, oltre 350 all’anno ma anche nell’industria pesante come l’Ilva di Taranto, il più grande polo siderurgico d’Europa, che registra circa 4mila infortuni (2005), vale a dire una media di 10-11 infortuni al giorno. Sono giovani immigrati, di cui non viene controllato lo stato clinico o fisico o la loro adattabilità alle impalcature. Ricordate i grattacieli di Manhattan? Pochi sanno che i lavori di carpenteria , quelli più importanti per saldare le strutture in acciaio o ferro, vengono affidati solo ad Indiani Cherokee che non soffrono di vertigine per una particolare struttura genetica della loro coclea. Pensate che in Italia si facciano studi di questa portata per verificare, al contrario, la possibilità che invece alcuni operai sono più frequentemente colpiti dalle vertigini quando salgono nelle impalcature?

Accanto alle morti bianche da traumi nell’edilizia, industria e d agricoltura ,le malattie professionali costituiscono le morti bianche lente e colpiscono soprattutto il sistema cardio-respiratorio. Nel mondo, 160 milioni ogni anno. Un problema sociale, ovviamente, ma anche un “peso” per l’economia: il costo annuo nel nostro paese è di 28 miliardi di euro, mentre a livello mondiale si arriva a 1.251 miliardi di dollari, il 4 per cento del pil, una cifra 20 volte superiore all’ammontare mondiale ufficiale dei fondi stanziati per lo sviluppo.

La stessa fonte indica che i 335 mila morti salgono a due milioni le persone se si considerano anche le vittime di malattie professionali, le c.d. “morti bianche ad orologeria”.In pratica ogni giorno muoiono 3300 lavoratori, al ritmo di un morto ogni 6 minuti.

Le morti per mesotelioma pleurico, una malattia con un periodo di latenza che va da 20 ai 30 anni. Gli istituti scientifici prevedono per il 2020 dai 3 ai 4mila casi di mesotelioma all’anno  da amianto, Non basta più il divieto di utilizzo di materiali nocivi, amianto e sostanze chimiche. Sono emersi due elementi nuovi il radon che inquina le costruzioni dei paesi europei e la necessità di istituire un fondo di risarcimento per le vittime, perché serve prevenire, ma anche risarcire.

Quando si parla di innovazione tecnologica applicata al traffico, lì’immaginario va ai nuovi catalizzatori che rendono le vetture Euro5 o Euro6. Che si sappia che i nuovi catalizzatori ( devices post-combustione) funzionano con i metalli pesanti che emettono nell’aria. Questi, respirati, non creano problemi solo bronchiali ma ledono tessuti nobili come il midollo osseo, e quindi l’apparato immunitario, e l’apparato emuntorio ( renale ed urogenitale). E’ tutto da studiare l’effetto a lungo termine in questi lavoratori ad altissimo rischio.

Per quanto attiene alcune categorie fortemente usurate come vigili urbani e autoferrotranviari, dati i numeri epidemiologici ad essi va applicato il concetto di “morte bianca ad orologeria”. Dal 1995 al 2005 sono morti in Italia circa 600 vigili urbani per cancro polmonare pari a circa 1,1 vigile alla settimana, ma se si considerano i dati relativi alla insufficienza respiratoria la mortalità ascende a 2/ alla settimana , apri a circa 1050-1100 in dieci anni. Considerato che la popolazione dei Vigili è pari a circa 50.000 unità vi è una falcidie pari all’1%° per Cancro polmonare.

Nella categoria degli autoferrotranvieri l’aspettativa di vita è di circa – 7,3 anni rispetto ad altre categorie; il rischio cardiovascolare è del + 18%,  quello per ipertensione arteriosa del + 35%. Altro che sciopero selvaggio o incatenarsi, dovrebbero incatenare i loro committenti!

Rodighiero

[08-08-2010]

 
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