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Senso

Al Teatro Argot la rivisitazione di Gianni Guardagli

Di Giuseppe Duca

Ha debuttato con successo al Teatro Argot “Senso” di Gianni Guardagli, tratto dall’omonima novella di Camillo Boito, per la regia di Francesco Branchetti, con Isabella Giannone.

La vicenda narrata da Boito è trasportata a Roma nella Seconda Guerra Mondiale e poi una quindicina di anni dopo, all’inizio del “boom economico”.

La protagonista vive il suo amore per un soldato tedesco, ma non durante le guerre di Indipendenza, bensì nella Roma occupata della Seconda Guerra Mondiale. L’amore cieco per l’ufficiale del Reich prende la forma della più atroce delle vendette quando la bella e matura Contessa scopre il tradimento dell’amato. E tutto diventa monologo interiore. La Signora è condannata da una sorta di Tribunale che ha la sua sede all’interno di se stessa a ripercorrere tutte le mattine le tappe della sua Via Crucis personale seduta a uno scrittoio e a ricostruire con l’ossessione dell’esattezza tutti i momenti della vicenda con l’assoluta precisione del particolare. Questo è l’unico modo di vivere che la farà continuare fino al giorno in cui lei stessa morirà. La mattina inchiodata allo scrittoio a ricostruire gli attimi, le emozioni, i turbamenti e il doloroso nodo alla gola. La notte a implorare, a piangere, a risentire il tonfo del corpo del suo amato che cade per l’esecuzione capitale avvenuta per fucilazione. “Supplizio estremo – spiega l’autore - che ha avuto luogo a seguito della denuncia della stessa Contessa ferita e folle di desiderio di vendetta. Più volte la nobildonna ripete che non è possibile sentirsi in colpa se ci si è vendicati di una persona priva di anima, ma la contraddizione è più che evidente. Un girone dantesco eterno e avvitato in se stesso. Uno dei terribili esiti che possono stamparsi su una vita quando ha preso la strada di ‘un amore sbagliato’. Un tema universale che può essere narrato in tutte le epoche”.                                                                                    

In tutto il testo, dunque,  regna  sovrana la figura, l’ombra, il fantasma  del soldato tedesco. Ricordi, strazio, felicità ed emozioni  perdute, rimorso, ferite insanabili, dolore,  per quel  ménage sentimentale che  tra la donna e il giovane si era instaurato e  che era arrivato  ad eccessi estremi di scabrosità fisica e morale. Un monologo  dalla forza straziante che abbraccia nel ricordo  un arco narrativo di molti  anni. Molti testi   vivono  del confronto, del raffronto con gli anni in cui vengono messi in scena per cui  il problema di “scegliere” una “via”, una “chiave di lettura” e di messinscena è fondamentale. “La mia messinscena – spiega il regista - intende indagare le potentissime tortuosità dell’anima, la forza talvolta distruttrice della passione estrema, l’annientamento fisico, morale, psicologico, la solitudine che scaturisce dall’atto compiuto, dal fatto incancellabile ed incontrollabile, nelle sue conseguenze. L’imprevedibilità della passione, l’incalcolabilità delle conseguenze, gli strazi e il baratro in cui finisce una coscienza colpevole sono al centro di questo allestimento allestimento, che fissa nella discesa agli inferi della protagonista l’asse portante”.
Elementi scenici, luci e musiche danno un fondamentale apporto alla costruzione di questo “incubo d’amore”, accompagnando in questo viaggio, nel vizio mentale, nelle “patologie” dell’anima della protagonista, nella sua “via crucis”, nel delirio e nell’ossessione di chi è braccato dai propri fantasmi, nei perversi meccanismi che scaturiscono dalla brama di passione, nelle pulsioni estreme, insite nell’uomo, nel disfacimento e nella disgregazione dell’animo che, inevitabilmente, ne scaturiscono.

In scena al Teatro Argot Studio (Via Natale del Grande 27 tel 06/5898111) fino al 16 maggio.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.45 domenica ore 18.45.

[04-05-2010]

 
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