Giornale di informazione di Roma - Giovedi 14 dicembre 2017
 
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Il partito socialista: ma c' ancora?

Bettino-Craxi-partito-socialista LE  ”C” DI CRAXI

Cambiamento: fu leader intelligente ed unico a capire la necessità di uscire da un sistema politico ingessato e fu schiavo della sua stessa innovazione. Aver capito prima di tutti che il socialismo reale aveva contraddizioni intrinseche che dovevano essere superate fece di lui il primo vero Leader carismatico socialdemocratico europeo, in un momento in cui essere socialdemocratici equivaleva ad una accusa di revisionismo. Con lui il PSI uscì dall’orbita comunista per trovarsi in un guado nel quale trovò anche la fine. Craxi fu impantanato nella palude dell’alveo di potere  invece di logorare i fianchi stanchi di “quel”  comunismo nostrano fatto di baffetti spezzaferro. Disse a Napolitano: un solo giorno di opposizione e mi fanno fuori.

Controllo: era per lui un’ossessione, da quello del partito ai mezzi d’informazione. Nella seduta drammatica di Sigonella, ottobre del 1985, al voto di fiducia si sedette sul banco delle urne per controllare uno per uno chi votasse sì e chi no. Per realizzare il cambiamento nella politica del PSI operò un controllo sistematico delle centrali del partito a cominciare dalle fonti di informazione. Volle un giornale, Reporter, destinato poi a morire presto, si dedicò alla Rai ( ed anche alle attricette) e lanciò la TV commerciale con Berlusconi.

Craxì era un uomo di potere e di polso. Camminava in modo gigionesco e sembrava Gary Cooper in mezzogiorno di fuoco. Per lui c’erano solo i duelli, coltello fra i denti sempre. Sin dalla prima elezione nel ’68 alla Camera, Milano fu terreno di scontro con il gruppo milanese vincente quello di Aniasi, corrente lombardiana. Un giorno mi incontrò in una sezione della Milano operaia e siccome sapeva dei miei stretti rapporti con Aniasi mi lanciò una provocazione dicendo che noi di Aniasi eravamo dappertutto come le metastasi.

Ciò malgrado non finii mai di ammirare la sua grinta, la sua capacità di interdizione politica come quella, spregiudicata che lo portò ad acquisire voti  in odore di mafia a Palermo nel 1987. Non aveva scrupoli neanche di fronte al suo maestro Pietro Nenni che morì in buona sostanza dimenticato. E fu costretto ad appoggiare Pertini al Quirinale ma non si amarono mai. Nenni, Pertini, Lombardi erano le anime vecchie del partito, lui era l’innovazione.

Cassaforte e Corruzione. E fu così che per divaricare il dominio della Dc e del PCI ritenne che la strada era quella del danaro che vince tutte le battaglie. Le dazioni divennero da strumento di politica strumento di potere e poi strumento di arricchimento. Formica disse: il convento langue ma i monaci sono ricchi. Dal vecchio sistema di clientele democristiane si passò in breve alla cassaforte dello stato: enti parastatali, ENI, ENEL, IRI, Finmeccanica, in ogni ente c’era un socialista craxiano che alimentava la catena di dazioni. E nessuno osò dire che in quegli anni il debito pubblico si portava ai massimi livelli da cui non è più sceso.

La grande Cavolata fu il non aver capito che la caduta del muro era un’occasione d’oro per l’unità delle sinistre, da quella di governo a quella di lotta operaia, sotto il garofano. Orami erano tutti ossessionati dalla sinistra di potere, quella ferroviaria alla Signorile.

Ma nessun Capo di governo italiano sbattè i pugni sul tavolo del Presidente USA, nessun Capo di Partito ebbe la capacità di interdizione di Craxi, nessuno ebbe mai la visione lucidissima del cambiamento della società italiana, delle sue classi del merito e del bisogno. Di questo Craxi sentiamo la mancanza.

Rodighiero

da R.e.d.s. rinnovamento evoluzione della sinistra

[22-04-2010]

 
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