Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 13 dicembre 2017
 
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Cronache di reparto
 
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Il pianoforte

Anita è una vecchina triste. E’ ricoverata a causa di una brutta bronchite ma non parla con nessuno, neanche con il figlio, che è passato a trovarla di sfuggita una sola volta.

Trascorre gran parte della giornata a letto, le mani incrociate sul petto, guardando il soffitto. Mangia come un uccellino quando la tosse le dà un po’ di tregua. Di notte qualche volta l’hanno vista alzarsi, stare ferma alla finestra avvolta nella sua vestaglia di seta rossa, fissando il padiglione accanto al nostro. Non un libro da leggere né una rivista frivola a farle compagnia, né un fiore sul comodino. Solo un anello all’anulare sinistro, con un grosso topazio ovale, simile ai sigilli regali d’epoca medievale. Quando poi ritorna a letto lo stringe forte con l’altra mano e si addormenta.

Conosco così bene questi particolari perché più della bronchite mi preoccupa il silenzio di Anita, il suo sguardo spento. Settant’anni, il corpo magro e slanciato e i capelli platinati sempre in ordine riescono poco a nascondere un viso stanco e indifferente, solcato da tante piccole rughe. Temo che Anita si stia lasciando morire. Ho cercato in questi giorni di informarmi sulla sua storia, con il figlio non ho avuto modo di parlare e ho dovuto accontentarmi delle notizie del cameriere filippino.

Dalle 12 alle 15 puntuale tutti i giorni si presenta Josè, cameriere filippino che il figlio le ha messo a disposizione per tutta la durata del ricovero. Mi racconta che Anita appartiene a una delle antiche e nobili famiglie di Roma e fino a pochi mesi fa viveva in una grande villa sull’Aventino. Per tanti anni è stata insegnante di pianoforte al Conservatorio.

Rimasta vedova e ormai in pensione, si occupava dei suoi tre gatti persiani e ogni tanto riceveva la visita di qualche suo vecchio allievo pianista. Non trascorreva giorno che, sola o in compagnia, non suonasse una partita di Bach o una sonata di Beethoven.

Due mesi fa il figlio, direttore di banca, a insaputa della madre ha messo in vendita la villa di famiglia, costringendo Anita a trasferirsi in una delle innumerevoli case di cura per anziani che oggi vanno tanto di moda.

Anita da allora si è chiusa in se stessa rifiutando qualsiasi contatto con il mondo esterno. L’anello da cui non si separa mai è un regalo del marito, tra le poche cose che le sono rimaste. Il resto, dai quadri ai mobili antichi, al suo pianoforte Steinway gran coda, è stato tutto venduto a chissà chi.

Non so per quanto durerà la sua degenza in ospedale, certo è che se continua a rifiutare il cibo, le cose non possono migliorare. Oggi però ho deciso di tentare un esperimento. Con la scusa di accompagnare Anita a fare una radiografia del torace, l’ho portata nella chiesetta del nostro ospedale. In sagrestia c’è un pianoforte a parete, che nessuno usa da anni. L’ho scoperto per caso qualche giorno fa.

“Hanno chiamato l’accordatore ma non si è fatto ancora vivo… non è che per caso vuole provare ad accordarlo lei?”

Anita non se l’aspettava. Dopo qualche attimo di esitazione si siede al pianoforte, prima qualche nota, per prendere confidenza con la tastiera, poi: “Dottore, abbiamo tempo per un preludio e fuga?”

Le faccio di sì con la testa, lei chiude gli occhi e comincia a suonare. E per la prima volta da quando l’ho vista, sorride.

[22-02-2007]

 
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