Giornale di informazione di Roma - Mercoledi 13 dicembre 2017
 
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6 Nazioni, facciamo un bilancio

Ultimi. Con una vittoria ma ultimi. Siamo ancora il fanalino di coda del rugby che conta: o, se vogliamo dirla più dolcemente, siamo gli ultimi dei primi.
Il 6 Nazioni 2010 per l’Italia è stato pieno più di ombre che di luci. C’erano tre trasferte, è vero: in casa avevamo l’Inghilterra (mai battuta nella nostra storia) e la Scozia (e l’abbiamo battuta), inoltre Sergio Parisse è mancato per tutto il torneo. Eppure la sensazione alla fine di questo 6 Nazioni è che l’Italia ancora una volta abbia mancato l’appuntamento, anche con sé stessa.

Cominciamo dalle cose positive. L’Italia nel corso di questo 6 Nazioni ha dimostrato di avere una difesa eccellente, a tratti eroica. Sono i numeri a testimoniarlo: gli azzurri con 490 placcaggi fatti sono in testa in questa speciale classifica, con una percentuale di riuscita del 92 % (in questo inferiore solo alla Scozia, che ha il 93 %). Buono il 6 Nazioni di McLean, giovane e promettente, su di lui si può puntare. Buono il 6 Nazioni di Zanni, chiamato al difficile compito di non far rimpiangere l’assenza di Parisse. Buono il 6 Nazioni di Gower, l’apertura che l’Italia non aveva da tempo: solido in difesa, capace di giocare sulla linea del vantaggio, portato all’attacco.

Ma è proprio da Gower che partono le tante ombre. Perché la nostra apertura ha doti difensive e di attacco certamente buone, ma è assolutamente inconsistente nel gioco tattico al piede. Questa è stata una limitazione per l’Italia durante tutto il torneo. L’incapacità di risalire il campo con un buon gioco tattico ci ha spesso condannati a calciar via l’ovale, riconsegnandolo agli avversari. A questi livelli è impensabile avere un’apertura che non sappia guadagnare trenta, quaranta metri di campo con un calcio. Tutte le nazionali di livello ce l’hanno, e una squadra come quella italiana non può prescindere da questo fondamentale. Forse sarebbe il caso di mettere dietro a Gower un 12 con un buon piede: ma l’Italia a oggi sembrerebbe non averlo.
Quella di Mallett, comunque, è stata una scelta precisa. Puntare su Gower, puntare sulla coppia di centri Garcia-Canale e mettere alle ali Masi e Mirco Bergamasco ha lasciato intendere quale fosse la filosofia di gioco del sudafricano: difesa, difesa, difesa. E basta. Perché l’Italia non ha fatto praticamente vedere altro. L’atteggiamento degli azzurri è stato spesso quello di liberarsi del pallone e rischiararsi in difesa in attesa del nuovo assalto avversario. Ha funzionato con la Scozia, ha funzionato con l’Inghilterra, e nel punteggio ha funzionato anche a Dublino: ma contro squadre vivaci come la Francia e il Galles, la strategia dell’Italia non poteva portare nulla di buono e così è stato.

 

È stata un’Italia a due facce, inoltre. Ha dimostrato carattere solo al Flaminio: avrebbe meritato qualcosa in più contro l’Inghilterra e avrebbe meritato qualcosa in meno contro la Scozia. In entrambe le occasioni ha comunque provato a giocare. L’Italia da trasferta invece è stata brutta, sin dal primo match contro l’Irlanda. Questa enorme differenza di atteggiamento tra le partite casalinghe e quelle all’estero è un aspetto sul quale Mallett dovrà necessariamente lavorare.
E Mallett col suo staff dovrà lavorare pure sulle touche, altro fondamentale che nel corso del torneo è andato migliorando ma che ha destato più di qualche perplessità. L’Italia ne ha perse ben 18, e non c’è nessun’altra nazionale che ha fatto peggio.
Non è stata buona neanche la gestione dell’organico. Mallett ha scelto i suoi uomini e li ha schierati sempre: il risultato è stato che gli azzurri sono arrivati in fondo acciaccati e senza fiato.

Un’ultima nota critica: la gestione di Tito Tebaldi. Il nostro giovane mediano di mischia è partito con la fiducia di Mallett, che lo ha difeso anche quando le prestazioni del ventitreenne andavano evidentemente calando. Mallett lo ha spedito in campo pure avendo in panchina un Canavosio che, ogni volta che è entrato, ha dimostrato di saperci fare (e anche di saper segnare le mete, che non guasta). Poi, però, Mallett ha repentinamente cambiato idea. Contro la Francia, il coach sudafricano ha levato Tebaldi alla mezz’ora del primo tempo. E contro il Galles ha fatto ancora peggio: Canavosio (partito titolare) si infortuna, e al suo posto entra Tebaldi. Che però esce prima della fine. Mallett ha spiegato così questa scelta: «Tebaldi quando è entrato non ha dimostrato di avere abbastanza confidenza e, a risultato ormai acquisito dai nostri avversari, ho voluto vedere Bocchino in questa posizione». Forse questo non è il modo migliore per testare un giovane ad alti livelli: così il rugby italiano rischia di perdere giocatori validi, piuttosto che trovarli.

Antonio Scafati

[24-03-2010]

 
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